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Cose da fare a Ortigia

Quando sedici giga non bastano, metti sotto carica la reflex ogni sera mentre ti entusiasmi perchè nel necessaire del bagno c’è pure una porzione di maschera antistress contro i radicali liberi, e non in ultimo hai dolore all’indice destro perchè è stato un continuo click, puoi asserire senza ragionevoli dubbi di essere stata davvero in un gran bel posto.

A Ortigia eravamo andati al rientro da Palermo. Non perchè fosse di strada ma per vedere se c’erano ancora gli sconti sulle Balenciaga. Ok la smetto, uffa.

Trascorsa una giornata ci eravamo ripromessi di tornare per godercela di notte e al mattino e nonostante siamo entrambi campioni nel non riuscire a mantenere le promesse su appuntamenti e annessi, ci siamo miracolosamente riusciti.

Per la pseudorubrica “le cose da fare in tal città” si aggiunge ordunque: Le  cose da fare ad Ortigia e Siracusa. Contando però che è solo un minuscolo assaggino avendo una mole di foto e parole in testa che potrei arrivare a Natale senza problema alcuno.

Senza ombra di dubbio, giusto per cominciare,  correre velocissimamente verso la Galleria Regionale di Palazzo Bellomo. Ospitata a Palazzo Bellomo, edificio del XIII-XIV secolo, con due fasi costruttive ben distinte, ovvero età sveva identificabile nella struttura bastionata del pianterreno e una fase ricostruttiva quattrocentesca individuabile nel piano superiore. All’interno non è possibile fotografare e se la cosa prima mi infastidiva un po’ perchè volevo goderne successivamente, adesso mi rincuora pure. Estraggo fuori il moleskine e comincio a girare scribacchiando di date, impressioni, autori sconosciuti e non. Talvolta riaffiorano anche ricordi e c’è il microblog (fulgido esempio numero 1). Ed è giusto anche non perdere l’abitudine nel tracciare linee dopo incessanti ticchettii.

Reperti scultorei dell’età paleocristiana e un cortile che raccoglie fregi e stemmi sono pronti ad accoglierti insieme ad una sorprendente scala dal gusto catalano. Nella sala cinque vi è la famosa Annunciazione di Antonello da Messina. I colori dei quadri sono cupi. Angoscianti e con tratti porpora. Volti di Cristo in pietra, crocifissioni, dolori ed espiazioni.

Una vetrata improvvisa che si affaccia sul cortile è un bagliore di luce che ti va dritto dentro come un coltellata. Puoi sederti. Riposare. Osservare la scala catalana proprio di fronte che ha decorazioni con prima tre quadrifogli e poi subito dopo tre trifogli come messaggi in codici e stare lì. A pensare. Ai tuoi ricordi. Angoscianti o meno.

Urge innanzitutto una premessa: Ortigia, che è ottiggia o u scogghiu, altro non è che la parte più antica della città di Siracusa. Il nome deriva dal greco antico ortyx e significa letteralmente Quaglia. E francamente a me chiamarla quaglietta piace parecchio senza un perchè.

Florida e attivissima cittadina sul mare che vide ritirare i suoi abitanti verso l’entroterra a seguito dell’arrivo violentissimo dei Greci, continua a dare ancora oggi una sensazione di abbandono. Non nell’accezione negativa, però. Sono pochi i siracusani che abitano ancora a Ortigia, ormai vetrina di turismo e meraviglie, nonostante sia rimasta punto nevralgico dal punto di vista commerciale in particolar modo manco a dirlo proprio in questi period estivi. Questo per dire che i luoghi comuni “Catanese=Caciara. Siracusano=Tranquillità e Gentilezza” non sono poi così lontani dalla realtà. C’è un senso di pace a Ortigia. Di calma anche quando orde di turisti invasati sputacchiano gelato con coppole e addentano cannoli ahimè di bruttezza rara presi chissà dove.

Premessa doverosa per  arrivare a sostenere con fermezza che bisogna alloggiare all’ “Hotel Cavalieri” e i motivi sono molteplici; uno in pole position potrebbe essere: per continuare a godere di questa sensazione di pace.

Innanzitutto perchè la posizione oltre ad essere superba da un punto di vista geografico è perfetta per il provetto turista che vuole scarpinare un bel po’ e poi perchè si è in una sorta di terra di mezzo tra Siracusa e l’isola di Ortigia, ovvero a ridosso del ponte, e in medio stat virtus giusto per non rinnegare luoghi comuni che hanno basi solide di verità assolute (dopo quella del catanese, affiderò la mia vita tutta al luogo comune. Ho deciso).

Posteggiare ad Ortigia o dintorni è possibile tanto quanto sperare che Brad Pitt e Jennifer Aniston tornino insieme o che Paris Hilton diventi missionaria del buongusto, indi per cui si può tranquillamente abbandonare la macchina nei dintorni, che sorprendentemente pullulano di strisce bianche (cose mai viste in quel di Catania, insomma), mettere due cerotti nel tallone, un paio di sneaker e via.

(sneaker fluo no, però. Nessuno mi faccia arrabbiare. Ne ho già viste troppe in giro. Vergognatevi! Bene. Mi calmo. O perlomeno cerco)

Quando arrivi rimani giusto un attimino perplesso davanti al portone. E’ un approccio cui ormai noi stramaledetti moderni di oggi non siamo più abituati. Vi è sempre una porta scorrevole  automatica o per i più classici il rotondino claustrofobico che gira-gira-gira (inciso: se io non faccio almeno due giri a vuoto non entro – E vi ho detto mai che a volte faccio la rotonda per strada almeno tre volte perchè mi diverte troppo? notizie degne di nota, insomma) ma non un portone. Rimasti lì un po’ perplessi non abbiamo neanche tentato di aprirlo ma focalizzato lo sguardo sul campanello ben visibile alla nostra destra. Eccolo. Dlin Dlon (il suono onomatopeico non è esattamente quello perchè era più dlliiin con tre elle e tre i; mi piace essere precisa si sa). E’ un sorriso ad accoglierci. Non cordiale o di circostanza ma proprio un sorriso di una persona ritrovata. Non c’è un banco della reception ma un tavolo come fossimo dal dottore-ufficio-studio con due sedie e difatti ci dice proprio “accomodatevi”. Rimaniamo fissi come le mucche guardano i treni passare oltre il filo spinato, più perchè non ci aspettavamo tutto questo che per altro. Davanti a noi si pare infatti un interno strabiliante esattamente uguale in ogni sua minuziosità a quello che io reputo sorprendentemente glamour.

E’ tutto bianchissimo e nero e ci sono anche le mie amate mattonelle a scacchi che sono un tuffo nel passato e moderno. Un po’ come quelle di Lynch in Twin Peaks ma non prepotentemente alternate che provocano capogiri. Prevale il bianco insieme alle sedie rigorosamente di design. Illuminotecnica non troppo vista con acciaio lucidissimo, camino finto che diventerà vero e orologi a pendolo. Tanti pendoli di antiquariato. Pezzi settecenteschi lucidissimi e un enorme tavolo dal gusto retrò che ospita riviste e fiori giallissimi freschi sotto una cupola di vetro in un salone che una volta era un cortile. Con tanto di finestre interne. Un palazzo antico restaurato e arredato con degli angoli preziosi, uno su tutti quello della finestra con due candelabri d’argento. Sono però i lampadari che mi mandano in estasi.

Dal sapore antico e tradizionale, non troppo sfarzoso ma elegante con garbo. Senza ostentare ma riuscendoci con fatica perchè il lusso vi è insieme ad una sorprendente pulizia. Non un granello di polvere. Non una crepa. Non una nota stonata. E’ una sinfonia visiva perfetta. 

Mentre penso seriamente di voler abbracciare l’uomo sorridente che dopo poche battute si rivela essere il proprietario della meraviglia, capisco di essere finita nel posto giusto e che da oggi diventerà dimora per me quando in trasferta in quel di Siracusa. Mi complimento con lui per il gusto e la raffinatezza. Ci spiega che è un architetto e che ha interamente progettato lui ogni singola cosa. Pian piano e che tutto è ancora work in progress. Cambi di idee, conferme e divenire in un crescendo panta rei. Un’operazione affascinante che mi cattura.

Una chiacchierata informale che lascia basiti proprio per la semplicità con cui riesce ad unire sensibilissime note rievocando passioni di famiglia e ricordi. Racconta di come il padre collezioni antiquariato da una vita e che in soffitta, proprio lassù indicando il tetto di vetro, raccolga tantissimi cristalli per poi di sua mano restaurare i lampadari.

Tutti i lampadari difatti sono interamente realizzati dal padre “a volte sta lì sopra tutto il giorno e poi la sera viene giù con due occhioni enormi stanchissimi e va via”. Ed emula pure con fare zombiesco il genitore che va, scoppiando in una fragorosa, quanto indimenticabile, risata. Afferra, impedendoci di dire nonsidisturbi, la nostra valigia e ci accompagna in camera e quando si rende conto che la claustrofobia mi impedisce di prendere l’ascensore sale con me come un vero cavaliere non lasciandomi sola. Già lì stavo per capire il perchè quel nome fosse tanto azzeccato ma le conferme sopraggiungono a ruota libera.

Ci spiega un po’ di cose quando arriviamo in camera e il mio entusiasmo si centuplica. Lampadario pure nel bagno, mosaico discreto ed elegante ma soprattutto pulito da fare impressione. Passo il dito (lo faccio sempre, confesso. Altrimenti non soffrirei della sindrome di Bree Van De Kamp che mi sono autodiagnosticata) sopra l mensole o l’interno dell’armadio e qui sembra di idratare la pelle con qualche olio di jojoba perchè è lindo. Lindo come la pelle bianca prepotente. La confezione dei kleenex è adornata da stoffa e merletti. In questo frullato di modernità estrema, classicismo e antichità decreto senza alcun dubbio che è uno degli alberghi migliori (se non addirittura IL) dove io abbia mai alloggiato. Senza troppi fronzoli inutili come mi è capitato spesso di notare. Senza una scenografia esasperata e un lusso buttato in faccia tanto per fare. Nessuno specchietto per le allodole ma buon gusto. Un buon gusto per pochi, insomma. La colazione è servita in una stanza della hall e vi sono diversi prodotti dalla chiara connotazione siciliana.

Sorseggi un ottimo decaffeinato, che non è da tutti, in porcellana di design classica innovativa Schonwald e ti rendi conto che la chiave, al contrario della tessera, conferma ancora di più questa aria familiare per nulla invadente. Le tovaglie sono maniacalmente linde e stirate e il servizio perfetto. Ad accoglierti una Madame bionda che con discrezione e sorrisi ti chiede senza farti sentire in imbarazzo o in difficoltà se è stato di nostro gradimento.

Torte soffici come nuvole, cioccolato ma non troppo, salamino dei nebrodi e salumi, biscotti in barattoli di vetro come una volta e croissant con marmellate. Ci sono anche delle crostate freschissime di frutta, una varietà di succhi e della frutta freschissima dove spicca un melone bianco davvero gustoso. Pere, mele, cereali e un’infinità di confetture e creme di nocciole. Per nulla continentale, che per me è una nota stonata e un’accezione negativa, ma quello che offre il territorio. Al diavolo il ristorante italiano a Budapest o la pizzeria a Tokyo. Nel luogo dove si è si mangia quello che per tradizione da secoli è peculiarità geografica. Trovare crauti e wurstel alle sette del mattino in quel di Palermo, come è accaduto a noi, è ridicolo. Se sono a Francoforte dubito che mi verrà servito il cannolo siciliano, indi per cui. Perfetto. Assolutamente perfetto.

Mentre ammiriamo un quadro superbamente bello proprio sopra il desk della no-reception, lo stesso che ci è stato detto essere forse un Tintoretto o della scuola del suddetto e che ha riscosso l’interesse anche di Sgarbi, la Madame (perchè altri termini è difficile trovarli) elegante e gentilissima ci dice che ad ogni loro ospite fanno una foto. Incredibile come l’ennesimo tassello si aggiunge al puzzle di perfezione. “L’unica cosa che chiediamo è di sorridere”. E difatti io e il Nippotorinese sorridiamo all’obiettivo e a quella che è stata per noi senza dubbio un’esperienza da ripetere al più presto.

Nonostante il Gambero Rosso segnalasse diverse pasticcerie e bar anche con due tazzine e due chicchi naturalmente qui si è stilata una personalissima classifica. Un caffè da tre tazzine seppur segnalato con due è senza ombra di dubbio al Peruch, ovvero al caffè Leonardi. Un restyling in acciaio modernissimo fa da scenario al bar dove si realizza una frutta martorana particolarmente curata. Da notare in particolar modo il mandarino addirittura aperto solo da una parte. Con dettagli sorprendentemente meticolosi. Un bancone strapieno di ogni vizio e bontà come il gelo alla cannella e al limone che ho trovato pazzamente buoni. La prima volta avevo assaggiato anche quello all’arancia, che non me ne vorrà la città di Palermo ma ha superato nettamente in consistenza e bontà quello del capoluogo.

Il Nippotorinese si è lanciato in semifreddi con ricotta e pere con fichi caramellati e un sorbetto con frolla di arachidi ripieno di gelato alla banana. Vetrine piene di confetture particolari ai fichidindia, fichi e agrumi e anche tantissime cassate stilisticamente perfette.

Ottime le granite alle mandorle e al pistacchio che risultano sorprendentemente cremose e non leziose. Gusti canonici e classici e quella al caffè non è neanche così zuccherata e nauseabonda come la propongono di default. Quantità di pasticcini mignon vastissima e pure pranzetti leggeri per l’ora di pranzo quali frutta, insalata di riso e specialità fresche e non troppo pesanti del luogo. Insomma il Bar Leonardi è senza ombra di dubbio un luogo che propone tradizione e innovazione al tempo stesso con un servizio celere, simpatico ad un prezzo onestissimo.

E proprio di fronte vi è un negozio dove ci sono nani da giardino di design con il cinquanta per cento di sconto. Ma su questo avremo (purtroppo per voi) modo di approfondire*disse fischiettando.

Si possono fare dei mini tour in barca e le postazioni sono proprio sotto il ponte che collega l’isola di Ortigia. L’avrei pure fatto volentieri un giretto se non ci fossero stati quaranta gradi all’ombra e un’orda di turisti impazziti pronti a tutto per accappararsi l’ultimo giro.

Avendolo già fatto in passato ho rinunciato e goduto un po’ del panorama che offre comunque tantissimi interessi. Un Aquarium, ochette su isolotti ricostruiti con piante e mini orti botanici, una passeggiata esageratamente bella verso il porto, e infinite vie nascoste a ridosso del mare con un architettura capace di colpire anche “il fesso che queste cose non le guarda”. Perchè è proprio prepotente la bellezza architetturale di Ortigia. Non vi è un palazzo che non sia degno di nota e che non trapeli storia da ogni singolo mattone che sia a vista o meno.

Dolcetti di Archimede, neanche a dirlo con le mandorle, e negozietti pieni zeppi di prodotti interessanti anche marchiati “Ortigia” come una linea di profumi e cosmesi molto chic. Ma anche mandarinelli, pistacchiati, limonelli e occhi di Santa Lucia. Gli ingredienti siciliani sono sempre gli stessi ma sorprendentemente le elaborazioni differenti riescono a sfornare estasi in formato carboidrato. 

Angoli particolarissimi con esercizi commerciali ricercati. Oggetti homemade e gioielli misti a bronzo e oro davvero particolarissimi. Ne ho giusto approfittato per acquistarne uno. Non amo moltissimo i monili e ne indosso raramente ma amando a dismisura le maschere e apprezzandone l’egregio lavoro e la minuziosità dei particolari non ho resistito. Che poi il Nippotorinese si sia proposto di regalarmelo al momento dell’estrazione carta di credito è una nota doverosa a suo favore.

Molto romantico il momento successivo “non credere che te la cavi con questo eh” ma sono retroscena che non dovrei pubblicare*segue risata isterica.

Le Antiche Siracuse è sicuramente il luogo dove andare per portare pezzi di Sicilia in formato barattolo. Quantità vergognose di finocchietto selvaggio (finocchiu rizzu!), capuliata, pesto siracusano, pesto ortigiano, datterini secchi, datterini con alici e già conditi ma anche no, rosmarino e biscotti pregiati con cannella, mandarini e arance. C’è di tutto in questo paradiso di prodotti siculi. Dal dolce al salato mensole su mensole che propongono qualsiasi cosa una mente laboriosa possa partorire. Dalla coppola tradizionale a quella un po’ fashion e colorata a pois fucsia e color mango, sino ad arrivare alla ceramica di Caltagirone con le teste dei Mori che diciamolo è sempre Sicilia e poco importa se Caltagirone non è esattamente attaccata a Siracusa. All’interno di questo luogo dove la bava corre come fiumi in piena vi è anche un ottimo bar. E si può approfittare anche lì di una granita gustosa. Da segnalare in assoluto quella al pistacchio.

Ma di tutti questi prodotti (sempre purtroppo per voi) avremo modo di approfondire nei giorni seguenti perchè le preparazioni culinarie manco a dirlo le conterranno eccome.

Mare e nuvole in una distesa dove l’occhio si perde. Purtroppo fumi di incendi al di là del lungomare. Il Ristorante rinomatissssssimo Don Camillo dove abbiamo avuto il piacere di mangiare più volte è poi una tappa obbligata senza tirarla troppo per le lunghe. In un ambiente ricercato con pareti di vini pregiati si possono gustare piatti non certamente quotidiani. Un’esperienza enograstronomica da segnalare assolutamente.

L’Architetto Cavaliere (ormai lo chiamiamo così) ci aveva anche segnalato un ristorantino dove la particolarità erano piatti trapanesi, tra i quali il famoso Cous Cous, ma non siamo potuti andare per motivi di tempo. Il tutto è chiaramente rimandato considerato che si sente già davvero l’assenza di questo luogo senza tempo. Non per provare il Cous Cous ad Ortigia, santo cielo perchè altrimenti a Trapani saremmo costretti a tragurgitare i dolcetti Eureka, ma perchè pare essere davvero un posticino interessante e particolare a conduzione familiare per tradizione, il che non guasta.

Vince a Ortigia per l’Ice Cream Tour “Gelati Bianca”.

Poche storie e parole. Li batte tutti e non ha eguali. Basta provare cannella, mandorla e pistacchio per decretare che si è in paradiso. I prezzi sono ridicoli. Per intenderci una coppetta maxi (paragonabile a quella grande di Grom per intenderci) è al prezzo di 3.50. Considerando che la riempiono così tanto che bisogna chiedere l’autorizzazione “all’assessorato della coppetta da gelato pubblica”, va da sè che già una piccolina al ridicolo prezzo di 1.50 è quantificabile come una maxi nel resto d’Italia. E i Gelati Bianca si trovano proprio a piazza Duomo dove vi è per l’appunto una delle chiese, a mio modestissimo parere, più belle della Sicilia insieme a quella di Noto.

Riesce ad essere sorprendente anche all’interno dove ahimè si sta svolgendo un matrimonio e non è certo bello ammirare la navata mentre donne con zeppa dodici e spalle scoperte abbigliate con un cattivo gusto dilagante si fanno strada. Ometterei quella in paillettes con micro abito e zeppe  di cattivissimo gusto stringate. Ma anche quella con il finto tailleur chanel abbottonato con bottoni gioiello a forma di farfalla e ai piedi una sorta di infradito. Ma anche quella. Vabbè.

Anche la sposa era vestita male, a dirla tutta. Sembrava andasse a fare le semifinali di Holiday on Ice. Uhm. Avrei dovuto controllare se indossasse dei pattini, in effetti.

Mentre si litigava giusto un po’ non abbiamo potuto ammirare particolarmente gli interni. Con tutta la mia approvazione, difatti, una signora di Milano (la stessa che prima mangiava come una disperata granite da Bianca, con tutta la mia approvazione) discuteva con “il tizio addetto al vestiario – figura emblematica” perchè non voleva indossare lo scialle avendo una maglia (non canotta) senza maniche.

La signora aveva assolutamente ragione. Non capiva il perchè “le altre” con monospalla e tette di fuori potessero entrare solo perchè ospiti della cerimonia e lei con una Lacoste senza maniche ma castigata dovesse indossare uno scialle.

Diventate promotrici di una battaglia contro il cattivo gusto e le assurdità, sarei stata lì a prendermi a cazzotti e ceffoni con tutti ma è bastato dire ” gelati bianca” e il Nippotorinese mi ha sottratto ad una notte in gattabuia.

A me è venuta in mente la scena di Pollyanna quando l’Architetto Cavaliere ci ha raccontato del padre, della soffitta, dei lampadari.

Quella scena bellissima di lei che davanti la finestra appende cristalli e quando arriva il sole spunta l’arcobaleno. Una cosa che ricorderò sempre è che il giorno stesso chiesi alla nonna se fosse possibile avere due cristalli anche io.

Ho provato non so quanto tempo a vedere l’arcobaleno dai cristalli. Senza risultati stavo nel cortile di nonna ad agitare cristalli sperando di emulare la mia amica Pollyanna. Per godere di un arcobaleno tutto per me.

Non ci sono riuscita quella volta e nemmeno le successive, l’ho sempre ricordato con amarezza ma non adesso. Perchè l’intenzione è proprio quella di recuperare cristalli e riprovarci.

Di crederci ancora in un sogno irrealizzato. E Ortigia è anche un po’ questo. Perchè la ricordo tantissimi anni fa. Quando io non potevo camminare molto perchè mi stancavo.

Quando io non potevo passeggiare molto perchè mi vergognavo.

Quando io ero lì ma in un altro luogo.

Ortigia adesso è stata vista con la luce del sole e sotto il chiarore della luna. Ho potuto sorridere al mimo bianco come me senza preoccuparmi di essere entrambe aliene a dei meccanismi di folla. Lei dà un biglietto in cambio, io raccolgo notizie per vomitare sensazioni e cercare di stare bene.

Lei te le confeziona in due righe e io in duemila avendo la sensazione che ancora bisogna cominciare.

Ci sono buchi in porte antichissime dove guardare e scoprire palazzi e ci sono sorrisi guardando in alto.

Ci sono state immagini che non credevo sarebbero mai arrivate. Ed è un po’ come con l’arcobaleno e i cristalli.

Se non ci si riesce la prima. la seconda. la terza. la quarta. la dodicesima.

Poi arriva questo stramaledettissimo arcobaleno.

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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