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George e Jim – La Ricetta del Pane

L’undicesima coppia del Progetto di San Valentino (un po’ in ritardo perché ieri mi hanno rapito gli alieni)

Tra gli occhiali che preferisco indossare per schermare i miei dolori ci sono proprio quelli disegnati da Tom Ford, l’unico poi che sia stato capace di farmi piacere qualcosa firmato dalla maison con le due G, per la quale ho sempre provato una forte avversione. E’ quanto più si avvicina al concetto filosofico dell’estetica l’anima di questo grande artista. Il bello naturale, sia artistico che scientifico e la ricerca della bellezza nel giudizio non solo morale ma anche spirituale. Il sentimento del sublime; ecco cosa potrebbe vagamente sintetizzare la sensibilità di qualsiasi prodotto porti la sua firma. A Single Man è tra le visioni più profonde che abbia mai visto. Con una fotografia che ti fa leggermente aprire di più le cavità oculari, alzando il sopracciglio e socchiudendo la bocca per lo stupore. Ricorda per chi ne è già a conoscenza e mostra per chi purtroppo non è dotato di un minimo di sensibilità che la differenza nell’amore non esiste. Che non ha sesso, colore, età e distinzione di alcun tipo. Che l’amore come l’essere parmenideo nel suo essere è e mai non è. Non vi è mai una negazione nell’amore. Non vi è mai un giusto o un sbagliato. L’amore è e basta. Nelle sue forme auliche, inarrivaribili, inconcepibili e “casuali”. Proprio perché magia non ha dogmi, assiomi e leggi. Proprio perché è alchimia di componenti astruse ai comuni mortali è impregnata di supremo e mistero.

Non ho letto il romanzo di Isherwood da cui è tratto il film. Lettura che ha toccato per onestà e semplicità Ford, come ha più volte dichiarato in seguito all’acquisto dei diritti con l’intenzione di farne un adattamento cinematografico. E’ un film del 2009. Di quelli che quando finiscono rimani lì a pensare ai limiti dell’inebetimento. Alla potenza che può provocare una riflessione e una passione. Alla semplicità di un concetto così ostico da sembrare essere un demone che lacera le menti e le anime di tutti. Perché seriamente: voi riuscite a dormire se pensate a che vita triste deve essere quella di un individuo che si domanda perché due uomini o due donne debbano amarsi? Io no. Provo repulsione, fastidio e dolore. Sento brividi e una fortissima emicrania comincia a tormentarmi. E’ qualcosa che va oltre la mia comprensione. Non riesco a capire perché questo argomento mi tocchi nelle corde più nascoste e impercettibili anche per me stessa. Ho paura di confrontarmi con questo argomento e di perdere il controllo quando mi ritrovo purtroppo a dover fronteggiare battute, allusioni o stupide considerazioni. C’è gente che si infervora per la politica. Chi discute su quello che si potrebbe fare e non fare per salvare la nazione e il mondo. Chi ha tempo da perdere a litigare con i vip che pubblicano foto su instagram e che “dovrebbero andare a lavorare”. Chi ce l’ha con. Chi farebbe altro se. Chi si rode dall’invidia e vorrebbe tutto donato dal cielo. Chi ha tempo per guardare gli altri e non se stesso. Chi. Chi. E chi come me che lascia scorrere affidandosi al panta rei. Sta lì e vede tutto. Divertendosi del ridicolo talvolta in cui si cade come fosse il buco di Alice. Solo che si arriva al Mondo delle Schifezze, e non delle meraviglie. C’è però un argomento che fa partire pure me verso una corsa sfrenata a quel buco. Uno per cui perdo la ragione e comincio a tirar fuori parti nascoste di me che non so gestire né controllare. Riassumere nella discriminazione generale potrebbe essere sbagliato. Specificare con discriminazione sessuale e fisica, potrebbe rendere meglio l’idea. Sono insomma come quelle vecchiette alle poste che non vogliono intromettersi mai ma toccatele i nipotini e diventa serial killer con bazooka dentro il bastone, che manco un agente segreto in missione speciale. La discriminazione sessuale e fisica mi fa perdere la ragione e il controllo. Potrei ritrovarmi a rotolare nel parcheggio tirandomi i capelli con qualsivoglia persona abbia abusato del suo diritto di parola esprimendo concetti di razzismo sessuale e fisico. Lotto da anni e anni, ad esempio, per l’abolizione della legge contro l’aggressione, qualora ti ritrovi davanti qualcuno che adopera la parola “ciccione”, “frocio”, “handicappato” come insulto. Sono anche molto orgogliosa di asserire che chi lo fa in mia presenza si pente amaramente di farlo fatto. E non perché ho un bazooka nel bastone come la vecchietta alle poste. Ho un’altra arma, io. L’ossessione. La calma. La gentilezza. Irrompere con maleducazione, urlare e delirare è inutile. Arrivare a sorpresa, discutere amabilmente con un sorriso e mangiarti un cervello lentamente, che è la mia tecnica, è vincente. Perché da me non ci si aspetta mai che io intervenga. Sembro sempre quella un po’ in disparte d’accordo con tutti che annuisce carina, ti prepara il caffè e ti offre un cioccolatino. Sono la donnina tutta carina impostata, dagli atteggiamenti anche un po’ altezzosi, che non si intromette, apparentemente diplomatica. Poi ti ritrovi una sanguisuga attaccata alla gola che ti toglie ogni volontà di proseguire nell’idiozia del tuo essere. Preferisci darmi ragione e convincertene piuttosto che passare l’eternità con me mentre con la mia voce stridula tormento le tue giornate fino alla fine. Della fine. Dei tempi. 

Quando ero alle elementari mi hanno fatto sedere vicino a Francesca; una bimba problematica che tutti chiamavano “handicappata”. Pure la maestra per spiegarci. Io tornavo a casa e non capivo proprio bene quella lezione su Francesca. Certo mi era chiaro che fosse diversa da me ma pure che io lo fossi da lei. Mamma e Papà in quell’occasione mi spiegarono che avrei potuto imparare da lei molte più cose che gli altri non mi avrebbero dato e che allo stesso modo anche io potevo insegnare a Francesca cose che gli altri non avrebbe potuto. Poi Francesca è partita ed è andata a Vercelli; manco sapevo dove fosse Vercelli io. Alle medie mi hanno fatto sedere vicino a Patrizia; una bimba sordomuta che nonostante tutto era ben integrata ma certamente difficile da “gestire”. Io tornavo a casa e non capivo proprio bene  cosa ci fosse da ridere sul fatto che Patrizia ascoltasse la musica mettendo la mano sulla cassa. Avevo provato anche io immaginando di non sentire niente altro che quel sussulto tra i palmi. Mamma e Papà in quell’occasione mi spiegarono che come con Francesca avrei potuto imparare molto di più degli altri ed erano molto orgogliosi di me quando dicevo che parlavo più lentamente anche in casa perché dovevo abituarmi. Patrizia se parlavi lentamente leggeva il labiale.

Del resto mamma e papà erano gli stessi che mi avevano comprato il Cicciobello nero perché tutti lo avevano bianco. Mamma e Papà hanno sempre avuto ragione perché Francesca, Patrizia e il mio Cicciobello nero mi hanno portato a innamorarmi del bimbo malato di leucemia che era senza capelli riuscendo a vederlo bello a soli dieci anni. E non del bimbo più bello della classe che era il mio migliore amico. Mi hanno insegnato quanto di più importante ci fosse nella vita. La mia adolescenza da grave obesa, adesso guardandomi indietro, è stata una benedizione e una conferma. Il dolore che ha scaturito e mi ha provocato facendomi sentire diversa si è trasformato in energia positiva per generare e mettere in pratica quello che sono diventata. Grazie a Mamma e Papà, Francesca e Patrizia e un po’ anche a me. Questo non fa di me una brava persona intelligente e sensibile ma semplicemente una persona dotata di un minimo (ma proprio minimo eh) di buon senso. Specifiche del genere non ci sarebbe neanche bisogno di sottolinearle. Nonostante siamo nel 2014 (frase che sicuramente quelli del 3023 ripeteranno) non è però così assurdo farle, quelle specifiche. Dovendo scegliere un amore, sarò onesta, tra quattordici coppie la mia scelta non è ricaduta su loro due per “anticonvenzionalità” ma proprio perché rientrano nella sfera della “normalità”. Ed è doloroso constatare che non è così per molti.

L’amore di George, l’intenzione di suicidarsi alla fine della giornata che viene raccontata epicamente in questo film di struggente bellezza e la morte del suo compagno, causa del gesto, che aleggia continuamente tormentando lui e lo spettatore, sono qualcosa che va ben oltre una poesia lacerante e intensa. L’ultimo giorno di George permeato dai ricordi evocati dalla chioma fiammante di Charlotte che rappresentano il passato e un improbabile futuro dato da Kenny, convinto di affinità inesistenti, è un frullato di tempo che ci viene donato sotto note di rara bellezza. Le stesse che hanno poi firmato capolavori  Wong Kar Wai. C’è infatti il grande Umebayashi che si era occupato anni prima di comporre il tema musicale di In The Mood for Love (che sarà la prossima coppia) in quanto Ford ha dichiarato di amare tutti i pezzi di questa incredibile avventura visiva. Il compositore giapponese ha scritto ben tre temi per A Single Man, che a dire del regista hanno catturato perfettamente il personaggio di George e lo stato d’animo che albergava dentro lui. La liberazione di nuotare nudi, i flashback dell’incidente e il sangue tra la neve sono tutti elementi visivi che bagnano l’animo di George tra tormento, sgomento e paura. Non vi è mai una liberazione ma la speranza di morire. La morte infatti aleggia e permane come unico gesto. Nell’assurdità di quanto io possa al momento asserire c’è però qualcosa di profondamente vero e per quanto sconvolgente possa essere apparentemente unica risoluzione. La morte è l’unico elemento di congiunzione tra George e Jim. Mai ho pensato che potesse esserlo. Mi sono sempre schierata dalla parte della vita. Scegliere la via del bene e della luce nonostante il mio animo tormentato e nero voglia più volte trascinarmi via da questi fari lampeggianti di luce. Eppure in questo tempo passato con George e la sua ultima giornata la sensazione è stata quella di seguire il nero. Di seguire il suo amore. Ovunque fosse e mai all’inferno. Perché Jim sarebbe rimasto lì tra la neve senza il caldo del sangue che la scioglieva. George tra lettere e parole diventate testamento si avverte essere nello stesso limbo di dolore e nonostante la sua scelta razionale lo porti verso il bagliore sarà poi qualcosa di altro a scegliere diversamente. stroncandolo con quanto di più metaforico-idilliaco possa esserci contestualizzandolo.

Il cuore si ferma.

Decidendo per te e oltrepassando e scavalcando volere e potere. Mettendo a tacere quello che vuoi razionalmente ma lasciando solo quello che l’anima pretende. E l’anima di George senza il suo Jim voleva cessare. E’ un amore tormentato e difficile che sfiora quell’immensa passione che per certi versi solo Romeo e Giulietta sono stati capaci di personificare da centinaia di anni. C’è un bacio che chiude tutto e se prima era George a chinarsi su Jim adesso è Jim. Un bacio iniziale che si ricongiunge all’inizio e al sogno. In un misto di realtà e magia. Sogno e incubo. Bianco e nero. E rosso con il cuore che esplode in sangue e frattaglie di dolore.

A Single Man è epico e va assaporato, visto e amato. Lo stesso Ford ha dichiarato che il montaggio è durato diversi mesi perché non riusciva a raccontarlo esattamente come lo sentiva. Non riusciva, a suo dire, a mostrare la profondità. Eppure poi nel suo intento a mio modestissimo avviso (che non vale niente, certamente se non per me) è riuscito tanto da farti pensare che niente. Sarebbe potuto essere diverso. L’intensità del colore, la fotografia e la neve. Le inquadratura e la lentezza che diventa veloce per poi diventare lenta e ancora una volta in una spirale di emozione ed empatia con chi si trova davanti a tutto questo.

A tutto questo grande amore. Che ci ricorda come non ci siano leggi e dogmi. Come l’amore sia semplicemente come l’essere parmenideo. Perché l’amore è. E tutto quello che non è, non è affatto determinato dal sesso, dall’ambiente e dall’età. Tutto quello che non è è determinato da chi crede questo. E mai capirà il sangue sulla neve. L’amore di George e Jim.

L’amore vero senza condizionamenti.

Come ricetta per A Single Man avevo scelto il pane in cassetta. Chi ha visto questo film saprà anche il perché. E poi c’è qualcosa più del Pane che si abbina con Amore? Avrei voluto parlarne tanto. Fare foto con una lettera in mezzo alle fette e molto altro ma. Ma non si può perché la vita è imprevedibile come un infarto e io al momento ho poco tempo. Però rimando alla prossima volta.

Lascio un pane semplice eppur speciale, ugualmente. Con Arancia e Zucca. Uno di quelli che non può essere definito diverso. Ma solo con un altro sapore. Ugualmente intenso, buono, puro e da ammirare (cliccando sulle foto si verrà catapultati in altri post, ricette, avventure e deliri dedicati al pane).

 

Ingredienti:

  • 100 grammi di lievito di birra fresco
  • 4 cucchiai di acqua tiepida
  • 350 grammi di zucchero semolato extra fine (Nanda lo vorrebbe leggermente meno zuccherato la prossima volta. Proverò con 250 e vi dirò)
  • 1 kg di farina bianca forte
  • 1/2 cucchiaino di sale
  • 500 grammi di zucca già lessata (o in forno) e scolata
  • 4 cucchiai di succo di arancia spremuto freschissimo
  • 120 grammi di olio di girasole (e un po’ per spennellare)
  • la scorza grattugiata di un’arancia
  • 1 cucchiaino di estratto di vaniglia (non l’ho messa)
  • 1/2 cucchiaio di mahlab o mastiche in polvere (Vefa sosteneva fosse facoltativo e io non l’ho adoperato)

In una ciotola metti acqua tiepida e lievito di birra fino a ottenere una pasta liscia.

Metti la zucca, lo zucchero, il succo di arancia, l’olio, la scorza e la vaniglia in una ciotola e lavora con un mixer per almeno a cinque minuti ad alta velocità. Setaccia metà della farina, aggiungi il lievito e il composto di zucca. Lavora pian piano aggiungendo l’altra metà della farina. Ottieni un impasto soffice che deve staccarsi facilmente dalle pareti della ciotola dove stai lavorando. Copri per un’ora finché il volume sarà raddoppiato. Dividi l’impasto e procedi a formare i due filoni. Dividi in tre parti e ricava tre strisce. Intreccia le strisce premendo per sigillare le estremità. Spennella con olio e nel frattempo metti il forno a 180. Lascia lievitare ancora per 30 minuti (io ho fatto lievitare un’ora perché me li sono proprio dimenticati. Ero alle prese con la colomba santocielo!) e inforna per circa 45 minuti (che dovrebbero bastare). Quando saranno dorati lasciali raffreddare e conservali nella pellicola per alimenti. Se non lo surgeli, fino a tre giorni risulterà perfetto (o quasi).

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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19 COMMENTS
  • justhermione 12/02/2014

    bellissimo film.
    ricetta e considerazioni non da meno.

    • Iaia 12/02/2014

      sei davvero un amore.
      Ed è da un po’ che voglio scrivertelo.
      Ma sono la solita ridicola. Il tempo. manca. blablablabla.
      E quindi rimando in questo vergognoso loop continuo. Però ecco. Siccome sono qui che guardo il tuo nome. E vorrei abbracciarti.
      Volevo solo dirti questo , ecco.
      Grazie.
      Per essere qui. Per farmi compagnia. Per cullarmi e accudirmi e per tante altre cose. Leggo sempre.

      e volevo abbracciarti, ecco.

      • Iaia 12/02/2014

        al terzo ecco.
        mi sono data una schiaffo da sola *_*

        ECCO*SBAM*

      • justhermione 12/02/2014

        Dolce sei. Ti riabbraccio e sbaciucchio ben bene…! Sempre qui. Leggo tutto,anche se non commento ogni volta. E ti penso.

  • Federica 12/02/2014

    Anche io ho avuto il Cicciobello nero da piccola…peccato che i miei l’abbiano dovuto relegare in soffitta in quanto, ogni volta che lo vedevo, era una valle di lacrime…
    E pensare che non ho nulla contro le persone di colore, anzi! Non sono per nulla razzista…pero’ boh…proprio non lo potevo vedere…..

  • el 12/02/2014

    ma io questo non l’ho vistoooo
    devo rimediare prima possibile..intanto lancio cuori e mi gusto le ricette <3

  • Ninphe 12/02/2014

    Non lo conoscevo questo libro e film. Devo rimediare 🙂

  • Ale 12/02/2014
  • bestiabionda 12/02/2014

    lo vidi, anni fa.
    e piansi almeno come ho pianto ora a leggere questo post.
    si impara sempre qualcosa, da certi film e da certi fili invisibili che ti legano la gola fino a farti mancare l’aria.
    e si impara sempre qualcosa da te.
    da francesca.
    da patrizia.
    da chi ha la fortuna di potersi definire “diverso”. Per tanti è una cosa “brutta”, per me vuol dire essere speciali <3

  • Bibi 12/02/2014

    Grazie.

    Anche perché questo era un film che mi ero segnata fra quelli da vedere e poi … inutile anche dirlo, ho dimenticato di farlo.
    Ma rimedio subito.
    <3 sgè tem.
    L'amore è sempre uno. Che senso ha chiedersi per chi e dover differenziare?
    (Io avevo la Barbie nera, che non la voleva nessuno e io ne ero orgogliosissima)

  • Marty 12/02/2014

    pensa che è stato uno dei primi film che vidi con simo. che tristezza, pensavamo fosse un presagio diamore fatale (sono fissata con l’amore fatale perché sto leggendo un libro che si intitola così). e comunque. Lo sappiamo che ci sono persone che sono cresciute così, con troppi problemi irrisolti, così tanti che era meglio guardare quanto gli altri fossero più felici e denigrarli per la loro felicità. E queste persone hanno cresciuto figli, alcuni hanno preso queste convinzioni, altre no. Altre la pensano comenoi. e questi figli metterano al mondo altri figli che saranno (spero) guidate da persone sempre meno ottuse, più normali.

    Apro una parentes per dire che no, io non sorrido e non faccio la sangusuga. io prendo una cozza avariata e la ficco nel piatto di chi. chi. chi. Ok.?

  • Mara 13/02/2014

    Ti adoro Maghetta! Mentre ti leggo quasi dimentico di respirare. Infinitamente grazie.

  • Etta 13/02/2014

    Non c’è nessuno che sappia esprimere come te i vortici di pensieri, considerazioni, emozioni e. E. E. Sei meravigliosamente brava. Grazie!

  • SIlvia (pinturikkia) 14/02/2014

    Anche io ho avuto cicciobello nero, la mia prima bambola e la mia preferita <3

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