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Occhi di bue: il frutto di mare sconosciuto

Papà amava la pesca subacquea. Più vedere i fondali a dirla a tutta, ma negli anni 80 qualcosa pescava. Poi ha smesso e guardava soltanto. Anche in giro per il mondo. Lo so che leggendomi da un po’ dirai: ma faceva tutto tuo papà?
Sì. E me ne stupisco anche io. Se ne è sempre stupito chiunque, a dirla tutta. Non so come ma riusciva a moltiplicare il tempo. Non capisco come facesse. A volte ci provo anche io ma non riesco come lui. Romanzare papà non occorre perché sono cosciente che il suo essere eccezionale non sia raccontato esclusivamente da me ma da tutti quelli che lo hanno conosciuto. Oltre a una figlia innamorata mi piace anche essere una cronista obiettiva della mia vita; poi la magia dell’amore condisce, certo.
C’è stato un periodo in cui papà pescava le murene. E non si capiva bene il perché. Lui non le mangiava. Mamma neanche. Io neanche presa per il colletto e incatenata. Però piacevano a dei suoi amici e quindi, oltre i ricci e i pesci e altro, qualche volta veniva su dalle acque con questo enorme serpente che a me non faceva paura. Sono sempre stata impressionata dalla bellezza dei rettili. Strano per un’ailurofobica che fino a qualche anno fa temeva un tenero gattino, ma i serpenti e tutto quello che somiglia o è un rettile mi ha sempre affascinato. Guardavo quella murena, che sembrava leopardata, pensando a quanto tutti i pesciolini della sua zona, grazie a papà, fossero adesso tranquilli senza di lei e le sue enormi fauci.


Insomma per farla breve giravo in largo con i pensieri per sottolineare che papà fosse un eroe. Aveva salvato i pesci della comunità dalla terribile murena leopardata! E le storie si disegnavano. E mi appuntavo tutto con la speranza poi di farci un disegno e una storia. Magari una fiaba. Solo che i quaderni si riempivano e riempivano. Troppo.
Troppe informazioni, storie, personaggi e un unico vero protagonista: papà.
Per questo quando trovo un po’ di tempo devo riprendere quei quaderni, sviluppare bene una storia che possa raggruppare tutto e far diventare papà un supereroe (anche se sul mio libro l’ho già disegnato così. E lui si è un po’ arrabbiato, ti confido). Giusto per chiudere un cerchio e finire di crogiolarmi in paesaggi e storie che non hanno visto luce.

Gli occhi di Bue- Gioiello del litoriale etneo

Giusto per chiudere un cerchio e finire di crogiolarmi in paesaggi e storie che non hanno visto luce.
Ma oggi, intenti di sistemazione a parte, voglio parlarti del misterioso occhio di bue. Non tutti lo conoscono. Certo sentire dire occhio di bue ti fa pensare a un biscotto pieno di crema o a un occhio grondante sangue estirpato a un povero bue. Le categorie delle persone credo si possano tranquillamente dividere così. Io appartengono alla seconda, qualora ci fosse bisogno di specificarlo.
In realtà però l’occhio di bue è un gioiello del litorale etneo.

Sono dei frutti di mare con una conchiglia di madreperla che ha un buco naturale -per farci collanine e bracciali- che sembrano forgiati da Polifemo con la stessa lava. Per farti capire velocemente il valore un chilo di occhi di bue sta intorno ai 90-100 euro. Sono rarissimi. C’è il fermo biologico e non sempre si possono prendere.
Negli anni 80 chiaramente la situazione era diversa e papà oltre alle murene nella zona di Brucoli arrivava dal mare con cesti di occhi di bue. A me piacevano tantissimo. Posso dire tantissimo? Sia crudi con il limone e olio che bruciacchiati qualche istante sulla brace. Raccoglievo la conchiglia che disegna pure un arcobaleno dentro e ci facevo le collanine, i bracciali e quelle più grandi – e ti assicuro che papà ne ha preso alcune che sembravano posaceneri- le mettevo nella mia stanzetta così d’inverno sognavo il mare e lo avevo lì. Sul comodino.

Gli occhi di bue puoi trovarli, quelli buoni, solo da Nitto a Ognina. E se vai da Nitto proprio attaccato vedrai la clinica Gretter!
E io sono nata lì.
Sì, proprio lì. Sul mare. A Ognina. Nel cuore pulsante di Catania in mezzo al traffico, alle barche, ai pescatori, alle case distrutte e alle villone sul mare in quella miscellanea unica e incredibile. Se vai da Nitto potrai anche mangiarli così per strada su due tavoli alti, ombrelloni e sedie. Avviene in Medioriente e in Sicilia. In questo modo così magico.
In alcuni ristoranti, di un certo tipo, te li serviranno anche con spaghetti indimenticabili. Il primo posto che mi viene in mente dopo Nitto è Santa Tecla o Santa Maria la Scala, proprio sotto la meravigliosa Timpa.
Ecco io avevo dimenticato che sapore avesse un occhio di bue. Pur non mangiandolo l’ho sentito tra collane di ricordi e onde di emozioni.

 

 

 

 

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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2 COMMENTS
  • Laura Pennydue 30/07/2019

    Posso dirti che anch’io riesco a sentire il sapore degli occhi di bue? Che no, non avevo mai sentito nominare, prima, per me “occhio di bue” è una pietra dura simile all’occhio di tigre che invece che riflessi dorati li ha rossastri (ed è affascinate guardarne il gatteggiamento)

    Comunque hai una grandissima capacità di scrittura, anzi no, di racconto; credo che esistano persone che sanno scrivere bene e persone che sanno raccontare bene, poi ci sono le eccezioni, quelle come te che sanno scrivere e raccontare bene, sono poche ma leggerle è sempre un piacere

    A presto

  • Mella 30/07/2019

    Oggi mi hai portato a Catania, la mia cara amata città. Per me che ti leggo da oltreoceano è bellissimo riuscire a rievocare emozioni leggendo le tue parole. Aspetto il libro che parla di tuo padre. 😊

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