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Ok facciamola breve. Racconti intorno al fuoco (chi? cos’è? perché? clicca qui!) si fa.

Chi ha voglia di inviarmi il proprio racconto, disegno, pasticcio, sms, tre righe, una riga e mezza, lo faccia (imperativo antipatico) entro e non oltre il 30 Ottobre. Se 29 sarebbe meglio ma capisco che anche solo accennare a “ritardo pazzesco” sia superfluo. Per i risultati della tombolata (12 copie del libro con 12 foto-illustrazioni-quadretto) occorrerà aspettare Sabato, nonostante vada detto che il fascinoso Ingegner Max ha mandato tabulato con nomi e numeri all’indomani pur essendo in Andalusia a ballare il flamenco (non ce n’è come Max. Non ce n’è).

Questo ritardo pazzesco è dovuto al fatto che io sono al momento impegnata con iMovie a blaterare idiozie davanti a una cam per il progettino Halloweenereccio (che non terminerò).

Non è verooooooooooooooooo *risata malvagia.

A fine post l’elenco dei vincitori. Grazie alla mia Bibi infatti habemus listam ( ti rinnovo il mio amore da sempre e per sempre).  Non gliene sarò mai grata abbastanza. Però ecco per il video che mostra l’estrazione, ecco quello sì. Dobbiamo aspettare un po’. Ma lo farò per correttezza al più presto. Nel frattempo i vincitori sono gentilmente pregati di mandarmi il loro indirizzo a info@maghettastretta.it. Vi aspetto!

Ma passiamo a una delle ricettine per la nostra cena di Halloween. Anche perché gli aggiornamenti in queste ore saranno piuttosto serrati. Non vi darò tregua *risata satanica e rumorosa in sottofondo, grazie regia!

Perché come intimavo poche ore fa: 118 nun te temo (ti sei perso il video? meglio).

Per caso si è capito che questo Halloween è all’insegna del mio adorato Frankenstein?  No eh? E allora con il peperone verde vuoi non farlo? Soprattutto se il Riso Venere Nero che hai è praticamente in scadenza (per me “in scadenza significa” 2018, inciso).

I peperoni ripieni (e intagliati a mo’ di Jack O’Lantern; pubblicherò anche quelli in veste di FumettoRicetta con supersorpresa) sono un modo sempre semplice, utile e carino per presentare la pietanza a tavola. Come fossero cocotte edibili. Trasformare un peperone verde in Frankenstein è roba da principianti, tzè.

Il riso Venere per capelli. Il peperone verde per viso. Un po’ di formaggio tagliato tondo o rettangolare per occhi con pupille di olive verdi e neri. La bocca? Barbarbietola o peperone rosso.

Uhm poi il peperone ha rovinato tutto e mi sono anche arrabbiata un po’. No dai, molto più che un po’. Avevo letto su una bibbia di cucina orientale però che per i contrasti visivi e per l’armonia della cucina taoista e tutte quelle meraviglie celate tra gli odori, i piatti e i contrasti appunto, occorreva necessariamente una punta di colore. E io di colore in quel momento avevo solo un triste peperone verde abbandonato che era stato escluso da una peperonata selvaggia confezionata con Mamma. Robina leggera sempre la nostra impavida Nanda.

E’ già tanto che riesca a fare piatti del genere in questi giorni; e lo affermo volendo sostenere con certezza la fortuna di avere accanto un santo che sopporta quello che francamente sostenibile non è.

Bella frase senza soggettocomplementopredicatoverbosintassiconsecutiotemporum.

Vago nel vuoto. Nell’incertezza. E soprattutto la confusione regna sovrana. Talmente tanto che organizzo pure quella. Incastro in pratica tutta la confusione che ho nei tasselli dell’iCal che ho sincronizzato in tutti i dispositivi tecnologici a mia disposizione.

Sì ma dai avevo detto che l’estate era finita e qui ci sono trenta gradi? I muratori in canotta cantano Vamosalaplaya. Il Nippotorinese esce con la tavola da surf intonando i Beach Boys. Papà fa la pesca a traino nel parcheggio prendendo mattoni buttati a terra piuttosto che spigole. I ragazzi del negozio cheilcielolibenedicaamicimiei mi portano al capannone a raccogliere olive. In costume e infradito (ci sono pure gli ombrelloni in mezzo al cavidotto eh).

Manco lo sapevo che al capannone ci fossero olive. Vi sto per caso confondendo? Insomma per dire. Che in mezzo alle bobine, cavi elettrici e tubi fluorescenti noi abbiamo degli ulivi. La domanda sorge spontanea “e tu non sapevi di avere degli alberi di ulivo?”. No. Non lo sapevo. In pratica mi sono ritrovata a raccogliere olive. A documentarmi su come “spaccarle”. Metterle sott’olio. Metterle sott’aceto. Sino ad arrivare alla giardiniera.

Non mi sono ancora vista in libreria. Un po’ per mio volere. Un po’ per no. Perché pare che la Mondadori di Catania appartenga per il novanta per cento a un simpatico gruppo che per motivi a me ignoti non accetta nessun tipo di ordine. E allora è lecito pensare che io al momento “denunci” questo “increscioso accadimento” attraverso i miei spazi pubblici approfittando della (poca) popolarità sul web. Ma così non è. Anzi.

Il mio sadismo masochistico ringrazia pure; così evito di guardarmi. Perché in realtà sapevo di dover fronteggiare pure questo. Pur accantonando e buttando giù un altro po’ di mandorle con sale e pepe. L’esposizione. La critica. Gli sguardi.