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Uhm e dopo il mostro polenta?

La versione fantasmosa non poteva mancare. Adoro fare questi tenerissimi fantasmini con la pasta brisèe e adoro ancor più pensare di poter consigliare tranquillamente di confezionarli con la pasta già pronta del banco frigo. Con il bimby impiego davvero pochissimi minuti e si realizza in tre minuti scarsi (e il Nippotorinese manco a dirlo la preferisce). Da quando ho capito che nel tempo del lamento “Sì però che senso ha sporcare il boccale del bimby per fare la pasta brisèe quando è già bella pronta nel banco frigo… blablabla… non ho tempo… blablabla. sono esaurita. blablablabla” ho già tutto pronto e i fantasmini sono in forno.

Lamentarsi è un ottimo metodo ma bastano due minuti di autocoscienza per agire ragionevolmente.

Una semplicissima polenta (sbattutasulpiatto è il sottotitolo) servita con un fantasmino brisèe che si può preparare con netto anticipo. Gli occhietti saranno due pezzettini di olive o il solito fido alleato di Halloween. Quale? Ma il patè di olive Mon Dieu (avevo sempre desiderato dirlo e finalmente è arrivato il momento).

E’ chiaramente solo una proposta che può essere elaborata all’infinito. Polenta, purè o anche insalata. Un secondo perché no? Un pasto “normalissimo” ma corredato da questa chicca fantasmosa che renderà tutto confacente al periodo halloweenereccio  (sto abusando di questo termine tanto che ogni volta mi do un ceffone in volto ripromettendomi “l’ultima volta! questa è l’ultima volta!”).

Proprio come nel caso dei Crackers mostruosamente imbottiti possiamo creare faccette adorabilmente mostruose impiegando due secondi. E' il caso del Mostro Polenta, terribile signore dai capelli verdi lattugosi e occhi rotanti di olive e uova di lompo. La sua bocca peperoncinosa sputa fuoco e mais.

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No. Il Nippotorinese non mangia solo questa ciotolina. No il Nippotorinese ne mangia quindici. Sì lo faccio solo per le foto. No perchè.

Ah no. Niente giustificazioni, vero *si sbatte la mano sulla faccia.

E allora? Confesso che qui doveva solo servirsi cibo mummioso, occhi putrefatti, ciambelle ammuffite e roba halloweenereccia ma visto che siccome (il che siccome è un marchio di fabbrica registrato) devo sfoltire anche un bel po’ di ricettine che stazionano (nonostante le possa ugualmente programmare per novembre) eccomi qui a destreggiarmi calendario alla mano e planner blogger (perché sì. Senza Planner Blogger non si va avanti).Ed è la volta di una vellutata di fagioli che ho servito con una polpettina croccante di riso e carota. E poi alcune carotine che ho saltato semplicemente nell’olio di sesamo mischiato in una sorta di emulsione con la salsa di soia. Ma procediamo con calma che già mi sono confusa (e vi vedo urlare “ettipareche tiseiconfusasolotu?!”. E lo so. Calma calma).

Allora è una zuppettina cremosa vellutatosa e insomma “una poltiglia” fatta con i fagioli. Quellibianchibianchi. In pratica sono fagioli e panna liquida e un po’ di olio al tartufo (che con i fagioli ci sta bene) e vai di mix. E poi delle semplicissime polpettine che se non si ha voglia di riso ma di carne perché no? Solo che così (in porzioni naturalmente maggiori) si può pensare pure di fare un piatto unico. C’è il riso, il legume, l’ortaggio, pochi grassi, carboidrati, vitamine, proteine. No dico: e che vogliamo di più? (chi ha detto “un piatto di pastasciutta” ha tutta la mia stima ma è pregato di spostarsi nell’angolino buio).E quindi dividiamo un attimo le due cose ed organizziamoci.

Cliccando qui c’è la ricettina facilissima della vellutata di fagioli con olio di tartufo (checistabene).

Cliccando qui invece c’è la ricettina delle polpettine di riso e carote (che ci stanno bene).

Entrambe sono tratte, come mi piace sempre sottolineare quando non sono farina del mio sacco, da quelle due meraviglie di libruncoli che adoro. Uno l’ho pure inserito nella Rubrica “La Libreria di Iaia” e parla di polpette (se ti fa piacere leggere la pseudo recensione devi solo cliccare qui) mentre l’altro è sulle vellutate (e a breve comparirà nella suddetta rubrichetta).

Martedì avevo sproloquiato sui fichi “prematuri” e sull’assurda follia di mettere la polpa di fichi nella maionese. In realtà quell’insalata era stata servita al Nippotorinese e al mio papetto, solo che in due versioni diverse. Quella era andata al Nippo mentre quella che si vede oggi al mio papetto Turi. In pratica vi è sempre l’utilizzo del fico insieme al feta con il pane carasau a fornire i carboidrati, solo che l’insalatina semplice e gustosa che l’accompagna è composta da: peperone, pompelmo, rucola e finocchi. Il peperone con il pompelmo (intendo peperone crudo) è davvero un connubio vincente. Avevo pochi dubbi al riguardo appartenendo alla fazione “spremitantissimolimone sui peperoni arrostiti” (anche se dopo ti aspettano l’agonia e lo spasmo); ergo perché mai non il pompelmo? Solo che se l’agrume l’annaffia nella versione cruda il risultato, soggettivamente, lo trovo più interessante. E allora un’altra elaborazione semplicissima ma colorata e divertente dove, dopo aver proposto l’abbinato feta-fico che sorprenderà di certo, non ci si ferma ma anzi: bresaola e pompelmo (condita con tanto limone e succo di pompelmo, olio extra vergine di oliva, poco sale e giratina di pepe fresco) e insalatina di peperone e pompelmo, dove a fare compagnia ci  possono essere anche foglie di valeriana o rucola e listarelle di finocchio (che il finocchio oltre ad andar perfettamente d’accordo con l’arancia fa il suo figurone pure con il pompelmo e il limone. E questo inverno mi sa proprio che provo con il mandarino).

Sto lavorando ad un progettino che da tempo era tra i miei sogni nel cassetto. Legato alla sezione Cibo e Cinema, mia eterna passione. Io e il Nippo travestiti da investigatori privati (solo più ridicoli dell’ispettore Gadget e svampiti di Clusò che si scrive così) ci aggiriamo per il Quadrilatero ridacchiando per le entusiasmanti scoperte che stiamo facendo. Non vedo l’ora di ordinare le idee, appunti e foto e realizzare un trattato di 3190380123812038102381023 pagine che pubblicherò qui sul Blog per vincere il premio “Schizofrenica dell’anno 2012”; del resto me lo merito e nessuno mai potrà spodestarmi da questo iperuranio di idiozie. E’ un progetto oggettivamente difficile se non addirittura impossibile, richiede tempo (tanto tempo) e conoscenze visive fuori dal comune. Come anche una vena investigativa spiccata e tantomapropriotanto esaurimento.

Qualora vedeste ordunque dei tipi loschi (uno senza capelli e una pallida e vestita di nero) girare con degli impermeabili (virtuali) e lenti di ingrandimento (virtuali perché in borsetta in realtà ho solo il caleidoscopio comprato da Tiger) aggirarsi per la città magica: siamo noi. Potete fermarci e picchiarci tranquillamente (io ho preso 15 chili con tutti i gelati che misomagnata quindi mi raccomando dite ugualmente “oh ma lo sai che il monitor ingrassa un sacco? sei più magra dal vivo”. Mentite vi prego e poi corcatemidibotte).

Insomma per dire che:

Uno- ringrazio il cielo di aver così tanta roba in archivio perché non era programmata una così lunga permanenza fuori dimora.

Due- Sono pazza sì ma ho anche un degno compare e porto avanti i progetti più inutili ma divertenti che la storia dell’umanità ricordi.

Tra le varie ricette in archivio oggi ho scelto questa. L’ho preparata circa due settimane prima della partenza e aveva riscosso un discreto successo, complice l’avocado che ormai in casa è un must. Sembra passata una vita ma è di solo un mese fa l’elaborazione sempre insalatosa con il tonno, avocado, pomodorino e dressing di pomodoro (se ti fa piacere e te la sei miracolosamente persa, rovinati la giornata e clicca qui).

Questa volta però un po’ “alla greca” e quindi con l’uso immancabile del feta e della cipolla rossa accompagnata con le olive. Giusto per esagerare poi e non contenta di questo tocco mediterraneo soltanto greco ho voluto esagerare e aggiungere pure una nota di agrume con l’arancia.

In pratica dopo aver spellato per bene l’arancia (Ducasse docet) e aver tagliato a tocchetti l’avocado ho raccolto tutto in una ciotola: feta (sbriciolato o a tocchetti come si preferisce), cipolla rossa di Tropea lasciata un po’ in ammollo in modo che risulti più digeribile, olive denocciolate, pomodori datterino, tonno (io ne ho usato uno senza d’olio di Campisi. Ottimo ma senza problema si potrà adoperare qualsiasi tipologia si preferisca. Per una versione vegetariana manco a dirlo basterà soltanto omettere il passaggio tonnoso). Una girata di olio extra vergine di oliva e una leggerissima spremuta di limone freschissimo (anche una grattugiata di scorza,  meglio se di limone bio chiaramente). Pepe nero macinato sul momento, sale grosso pure macinato sul momento e via. Pronto in tavola magari anche con qualche foglia di verdurina-spinacino fresco-valeriana-rucola se piace. A seconda se si vorrà regalare una punta amara o dolce ricordandosi sempre della particolarità dell’avocado.

Il Feta si presta davvero benissimo a qualsivoglia preparazione e in abbinato con la frutta proprio come accade al caprino (provato sia con il mango che con i mirtilli. Se ti fa piacere dare una sbirciatina per il Mango con i mirtilli clicca qui e per il Mango con il Caprino invece qui) risulta vincente. Del resto non lo dice “quella scema di Maghetta-Gikitchen” ma tutto il mondo di “non far sapere al contadino quanto è buono il formaggio con le pere” (o lo dice solo il Nippotorinese e me ne sono convinta a tal punto che l’universo non fa che ripeterlo nelle occasioni più disparate).

Ci sarà modo di fare un piccolo trip advisor all’interno del Gikitchen e quindi tediare l’universo circa i luoghi di ristorazione, bar e gelaterie da non perdere a Torino. Come faccio ogni anno del resto; che mette un po’ d’ansia scriverlo soprattutto quando in una stanza di albergo ti rendi conto (e le luci non sono affatto sbagliate. Anzi. Filtra ancor più luce che a 1.400 chilometri da qui dove ho solitamente dimora) che le zampe di gallina ci sono eccome. E quelli che erano tre capelli bianchi sono quattro. Segno che i nani da giardino beffardi sono venuti a trovarti durante la notte trascorsa tra bagordi post bicerin e hanno spennellato per bene cute e fili. Ho voglia di vedere Brave che per qualche inspiegabile ragione hanno tradotto in “ribelle”. Perché ha i capelli rossi e ho sproloquiato (anche semmai a sufficienza) per questa mia fissa visiva. Perché li ha ricci e ribelli e ha le efelidi. E mentre sfoglio Topolino che ha la principessa in copertina e leggo la recensione manco stessi sfogliando i Duellanti come l’intellettuale Nippotorinese sento anche la nostalgia di casa. Del gazebo. Dei Nani da giardino. Di SantasignoraPina. Della tavoletta grafica. Ecco perché è quella che mi manca maledettamente. Sì certo con l’ipad e Ibis paint senza parlare di Sketchbook pro si fanno tante cose. Sì certo anche con i mille moleskine e gli sketchbook di Tiger se ne fanno altrettante altre ma. Mi manca. Il suo filo attorcigliato a me come cordone ombelicale e la freddezza che diventa calore quando tutto prende corpo. Le linee. I punti. I colori anche se pochi. L’effetto di tridimensionalità mentre guardo la finestra che ho opportunamente filtrato con una  tenda tecnica perché lo spettacolo non è che mi interessi molto. Tranne quando la lava scende giù e sta per scoppiare la pioggia di cenere nell’azzurro violento del cielo. 

Ci sarà modo di fare un piccolo trip advisor dicevo e poi vabbè tra rughe, polvere di lava e cielo azzurro mi sono persa. Ma La Deutsche Vita (ne ho parlato qui qualche tempo e fa) si riconferma gestita da esseri adorabilmente tedeschi. Chi anche poco ha avuto la sfortuna di leggermi sa della mia zia tetesca (che adesso ha un pastore tedesco e la cosa chiaramente fa ridere solo me perché sono la stupida della famiglia) e del mio amore nei confronti di questo paese (tranne quando gridavo come un’invasata crucchimaledettiiiiiiiiforzaitaaaaaliaaaaa durante i mondiali e gli europei “sapete solo cucinare i crauttiiiiii noiciabbiamo i friarellllliii e la cicoriaaaaaa tiiiièèèèèèèè!!!” ma sono dettagli suppongo). Ci siamo seduti qualche sera fa. Nelle panche esterne perché nonostante a Torino ci sia stato un Natale precoce nei primi giorni di settembre la situazione pare essersi normalizzata (nel senso che è autunno inoltrato per una sicula) e abbiamo ordinato. Un plurale scenico perché io alla Deutsche Vita vado solo in veste di accompagnatrice purtroppo. Nel menù non è presente una voce che sia una adatta a me. Ho qualche dubbio fortissimo sui crauti; nel senso che non ho nemmeno chiesto se si potessero cuocere senza olio e magheggi ma alla fine seriamente: chi se ne importa? A disposizione difatti ci sono dei barattoli di cetriolini che mi sogno la notte. Sedici calorie per cento grammi. Anche quando te ne mangi nove chili hai assimilato pochissimo, hai un alito pestilenziale che ti provocherà asocialità che è sempre una cosa bella e crampi e spasmi e.
E mica l’ho capito davvero se mi piace o no il cetriolino. Lo dicevo davanti alle facce sbigottite di: nippotorinese, sacra dottoressa suocera, bellissima cognata socia Piola. Senza pudore ho sostenuto con convinzione che non sono davvero sicura del fatto che mi piacciano i cetriolini. E che albergano in quel confine labile e pericoloso (oltre che pericolante) dove stanno i finocchi. Non ho davvero mai capito se i finocchi mi piacciono davvero oltre al turbamento fisico che mi provocano proprio come i cetriolini (anche i peperoni eh. Ma di quelli sono sicura. Mi piacciono davvero e molto e sul gusto punterei qualsiasi cosa. E sì mi sono persa la Sagra del Peperoni di Carmagnola nonostante in albergo continui incessantemente a rigirarmi nella vasca da bagno emulando Superman nella cabina telefonica. Non mi trasformo. Non mi sdoppio. Non riesco ad avere il dono dell’ubiquità. Perché?).

Una semplicissima insalatina con fagiolini lessi in abbondante acqua salata e fragoline di bosco opportunamente lasciate raffreddare in freezer per almeno 12-15 minuti prima di servire perché adoperarle molli, inconsistenti e che si spiaccicano nel piatto è un’immagine esteticamente orrenda e anche il gusto ne risente. Sarà perché mangio tutto praticamente crudo (i fagiolini potrebbero risultare leggermente crudi se cotti da me *disse fischiettando mentre guardava il Nippotorinese con i canini rotti in seguito all’ingurgitamento fagiolinesco*) ma l’idea del fagiolino sfatto e scotto con le fragoline molli buttate nel piatto mi fa correre un brivido lungo la schiena che non si limita solo a salire velocissimamente per poi raggiungere un culmine di dolore. Piuttosto sale come se fosse nelle montagne russe con triplo salto mortale e rifà il giro almeno un centinaio di volte. Un fastidio infinito. Ecco potevo dire solo questo (sottotitolo: se avessi un cervello funzionante).

Ho una scusa oggi però. Per i miei neuroni stanchi.  A Torino è Natale. Piove, fa freddo e per strada i bimbi si rincorrono lanciandosi vicendevolmente (devo usarlo più spesso) palle di neve. I negozianti tirano fuori le luci di Natale e i primi vischi fanno capolinea all’entrata degli esercizi commerciali. Il gusto del mese di Grom sarà panettone ne sono sicura e non è colpa mia se adesso sarò costretta a un sano shopping invernale perché non avevo minimamente preso in considerazione di dover mettere in valigia un maglione a collo alto e i moonboot pelosi fucsia.

Parlare di insalatine estive con fagiolini e fragoline mentre decido se avvolgermi i fuseaux a mo’ di sciarpa è surreale ergo in linea con questo meraviglioso e vaneggiante viaggio che sto compiendo e di cui parlerò nei dettagli al mio rientro (purtroppo per voi).