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La donna che metteva arancia anche nel caffè? Presente!

E l’immancabile cotechino è qui!

Che detto con l’intonazione carrambesca di Raffaella Carrà fa immaginare questo salsicciotto scendere le scale tra aitanti boys con i capelli intrisi di gel e abbigliati con scadenti Frac sotto le note di un’imbarazzante musica spagnoleggiante.

“Direttamente dall’Argentina il Cotechino è quiiiiiiiiiiiiiiiii”.

Applausi a scena aperta.

Il cotechino, nonostante in questo periodo sia protagonista indiscusso sulle tavole, ha un ruolo effettivamente marginale; soprattutto qui al sud. Dopo ennemila portate, difatti, arriva lui. Dopo averlo bollito dentro quell’angosciante confezione melliflua e gelatinosa invade il centro della tavola con un ricco di contorno di lenticchie “che portano fortuna”. E partono i lamenti “uhhh noooo sono pieno”, “ummamma noooo il cotechino noooo”, “no santo cielo sto scoppiando”.

Ma è un’imposizione mangiarlo. Un tassativo. Un masochismo immotivato.

Eppure il cotechino meriterebbe di arrivare ben prima di quelle ottomila portate e godere appieno del suo innegabile sex appeal. Che siano grandi o piccini difatti, generalmente è difficile dire un no convinto.

Qualora lo si giudicasse per l’aspetto e la consistenza forse qualche “no” in più potrebbe pure riceverlo ma a mortificarlo è di sicuro questa confezione commerciale.

Il vero cotechino, quello appositamente confezionato dal macellaio di fiducia, ha davvero un aspetto diverso, proprio come lo zampone; essendo maiale poi non vi è bisogno di sottolinearne la bontà (come vado? sono brava e convincente per essere una stupida vegetariana?).

Visto che quest’anno, oltre alla passione smodata per il mango (Panettoncini al Tè Nero e Mango, Tartare di Scampi al Mango) vi è l’onnipresente presenza dell’arancia in qualsiasi piatto, che sia un antipasto o un dolce, ho provato una variazione che è piaciuta parecchio. E come non ricordare le Carote con Coriandolo e arancia e il Baccalà di Iaia all’arancia? Lo so. Non li ricorda nessuno ma basta annuire e mentirmi.

Le lenticchie con tocchetti di frutta le avevo già provate quest’estate e mi avevano convinto proprio come il resto dei legumi in insalata, uno su tutti le fave. Per questo motivo ho creduto che le lenticchie dopo essere state lessate in abbondante acqua salata non avrebbero avuto nulla da ridire se qualche saltino in padella con poco olio e succo di arancia lo avessero fatto. Del resto non si erano lamentate di essere diventate stelle di gelatina.

Lo stesso è avvenuto per il Cotechino. Dopo averlo lessato è stato passato un po’ in padella con dell’olio (pochissimo) extra vergine di oliva e abbondante succo di arancia fin quando tutto è evaporato lasciandolo piacevolmente tostato e aromatizzato.

Servito su un letto di legumi con qualche listarella di buccia di arancia e tocchetto privato della pellicina è diventato, senza alcuna aspettativa da parte mia, un piatto da rifare indubbiamente. La conferma, dopo una prima titubanza, del Nippotorinese è stata una vittoria inaspettata; ergo dedicherò la mia vita a far saltare qualsiasi cosa con il succo di arancia. Era scritto certamente nel mio dna siculo. Del resto ricordo perfettamente che una delle cose più simpatiche che ha fatto il Nippotorinese è stata quella di farmi cantare “Ciuri Ciuri” come nella pubblicità della San Pellegrino per attestare se fossi davvero Sicula inside o no.

Torbide rivelazioni dal passato a parte, siamo a meno due dal Capodanno e la mia paranoiansia è talmente tanta che potrei pure confezionarla e venderla a bancali da cento tonnellate l’uno. D’accordo il Natale luci colori sentimenti e sogni ma Fine e inizio no. Ecco fine e inizio non li reggo nonostante sia sempre l’opposto e l’eccesso e mai l’equilibrio. Dovrebbero piacermi fine e inizio ma allo scattare della mezzanotte, esattamente fino alle 00.12 almeno io piango. Di un pianto disperato che non può essere fermato. Importa poco dove e con chi sia. Piango inarrestabilmente. Non è gioia o dolore. Non è nulla. Mi privo completamente di ogni sorta di emozione e nuda in mezzo al nulla piango. Di un pianto che accade solo dalle 00.00 alle 00.12. Come se morissi e rinascessi.

Al tredicesimo minuto è finito tutto e ricomincio a dire stupidate. Mandare sms e mms. Ballare e fare trenini. Saltare e mangiare noccioline e fare gli auguri con gli occhi a panda, se decido di mettere il mascara. Ecco io quest’anno vorrei arrivare a quel tredicesimo minuto in un altro modo.

Con il sorriso stampato in faccia. Fredda e glaciale fissare il vuoto e dirmi: brava Iaia. E anche questo è andato.

(soggetto: neurone)

(inciso: l’ultimo)

Non ce la farò ma anche solo immaginarlo è un bel momento (insomma).

Tutti si scambiano già auguri ed annunciano chiusure e aperture. Io no, ecco. Giusto per rovinarvelo questo capodanno. Ci sarò il 31. E l’uno. E pure il due. E nonostante la mole di lavoro il sei gennaio ci sarò pure. Questo perchè una parte importantissima  della mia vita è vissuta  qui. E non sono capace di respirare a tratti.

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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