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Che giorno è? Il terzo giorno del terzo mese. Sarà che sono nata il dodicesimo giorno del dodicesimo mese e sarà pure che ho una discreta passione per i numeri. Sicuramente perché non capendo bene a cosa servano ho dovuto trovar loro un ruolo. Vederli su un quaderno costretti tra quadretti logici che sembravano gabbie e non righe su linee continue di libertà mi ha sempre messo una discreta tristezza. Ma per non dire infinita, eh.

E allora gli ho dato un ruolo capendo che servivano a indicare che fossi nata il dodici dodici alle dodici e che il mio nome e cognome fossero di dodici lettere. Poi ho contato che io, mamma e papà siamo tre e che ogni cosa che riuscivo a moltiplicare faceva sempre tre, nove e dodici. E mi è sempre piaciuto il fatto che papà sia nato il trenta perché un tre con uno zero inutile, che mamma sia nata il nove e io il dodici e pure il Nippotorinese il tre. E che nove più tre e quindi mamma e papà come risultato danno dodici. Incredibile, mi ripetevo da piccola. Incredibile. Ma in effetti lo ripeto anche da grande.

Il mio numero di telefono, quello della vecchia casa dove abitavo con i miei, se lo sommavi faceva tre con le prime due cifre e poi nove. E quanto faceva nove più tre? E poi c’era uno zero.

Non sono entrata quel giorno in aula perché non sapevo fare lo studio di funzione e dovevo essere interrogata. Quel giorno sono rimasta in corridoio e ho contato tutte le mattonelle del corridoio del liceo. Ogni mattonella aveva trentatre palline ed era un quadrato di trentatre palline per trentatre e allora ho contato tutte le palline stando ferma con la calcolatrice seduta su una finestra. Non ero entrata ma mentre le altre mie amiche andavano a fare shopping in centro io contavo le palline del corridoio dell’entrata del liceo. Sfidando davvero tutto e tutti eh. Sfidando professori e. E non ricordo se fossero trentatre o trentacinque o. Devo tornare al liceo, è importante. Oppure devo recuperare il diario perché poi orgogliosa ho trascritto tutto lo studio sulle palline delle mattonelle del liceo. E’ una delle poche cose che mi rende orgogliosa di me.

Prima di cominciare una parentesi: sulla pagina di Gikitchen, nonostante non sia mia abitudine, ci sono giusto tre parole perché il popolo del web si sta organizzando. Spero fortissimamente che possano essere d’aiuto. Per tutto il resto rimando a Giulia. Basta cliccare qui >>>

Fatico a carburare dopo una notte ancor più insonne della solita routine. Grazie al cielo la polpetta di Clooney non si è aggiudicato l’Oscar perché francamente non avrei retto e la Streep ha incassato il terzo con buona pace di tutti. Delusione ai massimi storici per La Luna di Enrico Casarosa che tifavo sullo “sfegatato andante” ma è pur vero che Rango manca ancora all’appello delle mie visioni e con la scusa cercherò di rimediare a brevissimo. E’ stato oltremodo divertente leggere in diretta i tweet dei vip che affollano ormai i social network (li ho diligentemente elencati e organizzati all’interno di una lista di cui si può usufruire. Un motivo in più per farmi odiare. Dov’è la lista? qui). Se l’anno scorso sono stata candidata come miglior Twitterina Italiana, in questo 2012 ho davvero poche chances perché devo debellare le perle di saggezza di molte starlette italiane. Sapere che la Canalis ha snobbato la notte degli Oscar perché invitata a un barbecue da amici: è cominciato così il delirio in diretta su twitter.

Purtroppo ho potuto ciarlare come una vecchia comare per poco tempo a causa del Nippotorinese che mi invitava, ad intervalli regolari di dodici secondi,  a riposare con una nenia che se rielaborata adeguatamente potrebbe diventare un tormentone rap. “Non è possibile che tu dorma così poco”. “E’ inaudito che tu debba seguire il diretta gli Academy Awards”. “Riposa e bevi meno caffè”. Se le leggete scandendo bene le parole e muovendo le mani a ritmo e con tono da rapper vien fuori qualcosa di sorprendente. Se è stato detto a Vasco Rossi di essere un poeta contando che non sa declinare correttamente il verbo essere neanche per sbaglio, l’infido nordico può aspirare a essere un’icona della musica per le generazioni future e a far comunicati attraverso facebook e youtube.

Insomma bando alle ciance. E’ lunedì e ad attendermi non solo vi sono sei giorni che cominceranno alle sei e finiranno alle tre del giorno successivo ma è prevista pure una foltissima serie extra di roba che non era stata minimamente presa in considerazione; ergo non posso aspirare ad arrivare incolume a Pasqua.

Sommersa da una serie di eventi, ultimamente sforno dolcetti di tutti i tipi e soprattutto per le diverse intolleranze;  con l’iniziativa  che è partita ieri su Instagram sto ricevendo poi una quantità di roba da tutte le parti del mondo che mi lascia oltre che atterrita pure preoccupantemente entusiasta. In pratica ho indetto una sorta di “Vinci una Momiji” ma con un funzionamento diverso.

Tutti i miei amici su Instagram (che su 50.000 credo siano per la maggior parte stranieri) che vorranno partecipare all’estrazione di una Momiji dovranno spedirmi una ricetta tipica del luogo in cui vivono o che particolarmente gli piace. Una ricetta per ogni mail. A ogni mail sarà assegnato un numero secondo l’ordine di ricezione.

Alla deadline si stopperà la ricezione email e si procederà al sorteggio della Momiji, che verrà spedita insieme a un’altra sorpresina in qualsiasi parte del mondo. La cosa stupefacente è che come sempre i miei amici filippini, cinesi e giapponesi sono quelli ad entusiasmarsi di più. Anche i brasiliani e gli spagnoli se proprio dobbiamo tracciare una linea comportamentale internazionale. Ma quando ho chiesto se potessero essermi d’aiuto per scovare nuove ricette etniche e internazionali sicuramente introvabili sulla moltitudine di libri che ho, non solo si sono prestati a corrermi in aiuto ma si sono resi disponibili per qualsiasi domanda o intervista. Anche gli Arabi; ecco. Moltissime persone di cultura araba non solo sono squisitamente disposti all’aiuto, ma inviano leccornie di tutto rispetto.

Ecco, anche questa si aggiunge al lungo calendario della To Do List. E se è già difficile gestire tutto in italiano, che mi riesce comunque male, figuriamoci in inglese tra due persone che come lingua madre ne hanno un’altra. Mi occorre un portavoce nel mondo (sì Flo sto parlando con te).

Aggiornamenti sulla vita che non interessano nessuno a parte, direi che anche io posso unirmi al coro “uhhhh è arrivata la primavera”. Perché se fino a due settimane fa eravamo tutti a lamentarci del freddo-neve-maltempo, adesso siamo tutti incacchiati per il cambio stagione. Ci metti pure che con la fashion week di Milano le fashion blogger ci hanno convinto che a quindici gradi si possa uscire con scarpa aperta e giubbottino di pelle leggerissimo e siamo subdolamente costretti a uscire senza cappotto, cappello e guanti.

Quando il mio fruttivendolo di fiducia mi ha detto “sai che ho il cantalupo e l’anguria?” per poco non lo prendevo a ceffoni, lo infilavo in macchina con l’ombrellone e gli dicevo “tiè. nnamo a vendere il cocco in spiaggia allora!”, con accento romano per far sì che Max fosse orgoglioso di me.

Poi però ho preso il cantalupo giusto per coerenza (?quale?). L’anguria, nonostante sia davvero suonata e rimbambita, proprio non ce l’ho fatta. E cosa farci con il cantalupo?

La triste storia del lupo che cantava, sgozzato e tagliato da una sicula cattiva che riceve ricette da filippini, comincia proprio da qui.

(oh a fare i preamboli sono sintetica, vero?)
Nonostante avessi detto che la torta di San Valentino cuoriciosa multistrato (quella che “Volevo essere una Rainbow Cake e sono diventata una bomba di zucchero leziosa e cuoriciosa”) non aveva riscosso moltissimo successo, mi è stata richiesta più volte e in particolar modo su facebook la ricetta della torta base. E come non tirar fuori la Victoria Sponge di Nigella? Così giusto per cominciare.

Se le fashion blogger tirano fuori le scarpe primaverili io tiro fuori torte con frutta estiva, tiè (ma cosa sto dicendo?). E domani faccio pure la granita con la brioche, aritiè (devo riposare). Il Nippotorinese come sempre mi ha ricordato che con l’acquisto di quel cantalupo ho contribuito a inquinare l’universo e che su di me gravano tutte (e dico tutte) le colpe per quanto riguarda il buco dell’ozono. Ma la vera domanda di quest’oggi è: chi se ne importa di quello che blatera l’intellettuale di sinistra?

Qui si vive in un regime iaiesco. Ci sono semplici regole da rispettare e tutto andrà per il meglio. Quali?

  • 1. comando io
  • 2. decido io cosa si fa e quando si fa
  • 3. tutti devono essere pronti a soddisfare le mie necessità

Sono permissiva, leale e corretta. E lo si evince senza tanti giri di parole. Insomma dicevo? Ah sì. La Victoria Sponge.

La Victoria Sponge in sostanza è una base che serve per qualsivoglia preparazione. E’ un po’ come il nostro pan di spagna che serve da base a infinite variazioni.

Ecco la Victoria Sponge, di origine chiaramente anglosassone (su wikipedia se ne blatera e molto), diventa un’ottima alleata. Se non “condita” con creme di burro nauseabonde (come ho fatto io per intenderci con la Torta di San Valentino) e azzeccando quindi la ganache, crema o ripieno diventa a tutti gli effetti una ricetta salvavita (esageraaaaaaata!).

Base per torte di tutti i tipi. Compleanni, anniversari e frizzi e lazzi. Tutto! La Victoria Sponge è versatile e, particolare non da sottovalutare, si può aromatizzare come si vuole. Tagliandola diventa multistrato ma anche ricoperta semplicemente con panna montata e frutta freschissima di stagione (e non) ha un impatto scenografico e gustativo degno di nota. Può essere una semplice merenda o colazione e non ultimo: si conserva davvero bene se protetta dall’eccessiva umidità.

Non è difficile ritrovarsi una Victoria Sponge nei film inglesi o serial tv. Il nome deriva dal fatto che la Regina Vittoria amava gustarne delle generose fette all’ora del tè; proprio per questo motivo diventa simbolo incontrastato delle cinque del pomeriggio nell’area anglosassone.

Non vedo l’ora di finirla con questa settimana cuoriciosa (non posto neanche alle 12:12 perchè mi sta deprimendo). E dedicarmi alla  “Notte con Oscar” perchè tante sono le visioni quanto le ricette (uff c’è pure il Carnevale di mezzo. Misonostancataeh!?) .

Doveva infastidire lui il tripudio cuoricioso ed invece è felice perchè ingurgita qualsiasi cosa al grido di “Buono lo gnocco cuoricioso !” e ” Ma lo sai che i cuoricini al samone e spumante puoi pure rifarli che sono buonissimi davvero?” .
Ed io immersa in questo tripudio romantico che detesto più delle borse piccole ( anche voi detestate le borse piccole, vero?).

Piccolissimo aggiornamento  per ricordare che è scaduto il termine per l’invio di “Disegnami e vinci una macchina fotografica” mentre ancora il Bento Box aspetta solo voi e basta lasciare un commento su Style semplicemente cliccando qui. Il 18 Febbraio alle 18:18 il vincitore del primo mentre il 15 Febbraio alle ore 12:12 il vincitore del secondo ( santapizzettacuoricino sto cominciando a confondermi davvero).

Infine avete ancora 24 ore di tempo per mandare il vostro bigliettino cativvviissssimo per  l’operazione I Love You Not di Bismama che appoggio fortemente. Non siete state cattive come speravo. Mandria di polpette dolci ! Questo siete! Credevo di avere amiche moooooooolto più spietate, ciniche e cattive.  Delusione profonda tra pioggia di cuori e dolcetti zuccherosi. E’ una fine che non meritavo soprattutto in questo tragico e frenetico Lunedì Mattina.

Lo scorso anno pur volendo realizzare dei Cake Pops mi sono dovuta arrendere e ho rinunciato per mancanza di tempo. In quell’occasione però ho prodotto  dei semplicissimi biscottini con stecchino cuoriciosi (reperto fotografico numero 1), che rimangono comunque un’idea veloce da prendere in considerazione ( adesso che ho capito che occorre più tempo forse per i biscotti mi sono data della cretina come è giusto che sia)

(lo faccio sempre eh. Quello di darmi della cretina, intendo ma a volte intensifico gli intervalli)

Basterà cuocere infatti qualsivoglia impasto di biscotto che piace di più con uno stecchino di legno (anche quelli per spiedini che si trovano al supermercato sono più che validi a patto che il biscotto non sia troppo grande/pesante santapizzetta!) e ricoprire poi, a cottura ultimata, con del cioccolato fondente.

Quest’anno non mi sono per nessuna ragione lasciata sfuggire l’occasione e dribblando impegni e amenità con la caparbietà che mi contraddistingue ho fatto sì che non rimandassi ulteriormente. Ecco quindi dei semplicissimi Cake Pops cuoriciosi con tanto di iniziali. Sembrerà, a primo impatto, una cosa elaboratissima e complicata da realizzare ma così non è.

Come si è ampiamente dimostrato più volte occorre solo organizzarsi con i tempi.

La base per i cake pops è *tadan rullo di tamburi* una torta. La stessa che si potrà preparare anche con due giorni di anticipo. La suddetta torta sarà poi sbriciolata e impappettata per bene con un collante formaggioso e burroso facilissimo da maneggiare che permetterà di dare una  forma cuoriciosa. E via! Ricoprire il tutto con pasta di zucchero. Scritte con cioccolato fondente. Finito.

Lo so che mi state lanciando pernacchie al grido di “maledettalodicitucheèfacileeeeeeeeeeeeee”. Respirate. Inspirate. Respirate. E procediamo per step. E’ davvero semplicissimo.

“I Cake Pops sono molto coreografici ma di facilissima realizzazione”. Ripetete questa frase come un mantra. Autoconvincetevi. Mentre la ripetete focalizzate la respirazione che è alla base di tutto. Inspirare. Espirare.

Si deve prima di tutto preparare la torta che occorrerà da base .

(I cake pops ad esempio sono ottimi per riciclare torte non finite. “Cosa ci faccio con quella mezza torta che quel disgraziato di mio figlio non ha finito perchè deve conquistare quella scemunita bionda e perdere due chili?” Ci faccio i cake pops! *rispostagiusta*)

E poi ti viene voglia di usare il bilanciamento colore e virare un po’ sul rosa e glicine. Senza una ragione o un perchè. Del resto queste variazioni pur avendole sempre trovate insulse se fatte male, proprio come nel mio caso, risultano sognanti. E in questi biscottini si doveva giusto calcare un po’ la mano per provocare un collasso glicemico.  La settimana cuoriciosa sadica ai danni del Nippotorinese del resto è in pieno svolgimento (sforno tre  post al giorno. Si vede che ho arretrati? Si intuisce?) 

Lo stesso che è crollato alla  vista del “ti amo” che si sussegue tra piogge di cuori, abilmente lasciati sullo snack della cucina in queste freddissime (25 gradi in casa) mattine fatte di ritardi, urla e baci fugaci “ciaociaociao”.

Si è fermato e ridendo sotto i baffi che non ha è riuscito solo a dire “non stiamo esagerando un tantino adesso?”.

Sì. Credo proprio di sì.  E vorrò esagerare. Sempre. Comunque.

E’ strano avere impegni. Generalmente era sempre stato lui a fuggire e urlare ritardi mentre gli infilavo tre biscotti in bocca  e con il mio pigiamone di Snoopy vagavo con penne e fogli e ipad sotto le ascelle.

Come baguette a Paris.

E’ strano per me nonostante ormai un po’ di tempo sia passato. Da quando vi sono scadenze, impegni o qualsivoglia collaborazione pur ostinandomi a non usare il termine “lavoro” lo è. Ed è proprio in queste mattine che senza volerlo appaiono immagini di un passato che pur sembrando collocato ere fa, così lontano non è. E’ come fissare uno specchio di un parco giochi dove vedi esattamente il contrario. Lo specchio deformante. E la verità la sai solo tu.

Il 4 Maggio e il 4 Novembre che diventano tre volte quattro che guarda un po’ fa dodici, ti girano in testa e fissando l’Etna innevata con la lava calda che sgorga e zampilla: capisci.

Capisci che è una vita di eccessi quella che sei destinata a vivere.

Avevo paura. Moltissima paura dei muri alzati e dei cancelli sfondati. Di questa mia insana voglia di rosa, tenerezza e semplicità che frulla con l’anima nera strapiena di rosso, sangue e violenza.

Un disequilibrio che non ha spaventato solo me. 

Eppure bastano dei biscotti a cuore che odorano di normalità e parole. Mentre il ghiaccio resiste imperturbabile tra tutti quei fuochi che ieri illuminavano il cielo e le stelle. Lontanissime.

Eppure bastano a ricordarti di non avere mai paura. E di fidarti.

A me questo rosa, l’Etna che esplode e questi biscotti ricordano solo una cosa: Cecilia.

Che scrive questo.

Cecilia è un nome che arriva forse inaspettato in questo contesto ma così non è. La parola Cecilia non è arrivata sinora perchè non ho mai cercato le parole. Sono sempre state loro a cercare me. Come i miei personaggi, i disegni e le storie. Se fossi completamente impazzita, e manca giusto poco, mi definirei come quella meravigliosa ciarlatana di Rosemary Altea; alla quale va riconosciuta la forza di rimaner seria durante i suoi vergognosi teatrini che giocano su vite e ricordi con podi di dolori.

Come spiriti e alieni alla realtà le parole arrivano ed esplodono. Allo stesso modo organismi più complessi come Ary e tutta la famiglia e terza generazione di Phobialand. Nei miei racconti.

Stamattina guardando l’Etna ghiacciata con la lava mi sono ritrovata lì. Ho visto Cecilia scendere velocissimamente da una discesa di polvere di lava. Gridando. Pochi minuti prima eravamo abbracciate su un masso in mezzo ai Crateri Silvestri. Suppongo, senza rifletterci molto, che le parole su Cecilia siano arrivate adesso perchè la mia paura è lì. Pronta ad emergere sempre. Come la lava.

Vogliamo ricordarla così. Ritratta con Muki. Ora non so esattamente chi sia e da dove venga Muki (anche se si può intuire che sia un gran bel  pappagallo) ma per qualche oscura ragione su Instagram oltre a queste bizzarri effigi girano foto di me  e fumetti di Maghetta Streghetta riprodotta in tutte le salse; a volte opportunamente taggate e altre no. Ci sono e saranno  i ladri di immagini ma  è opportuno soprassedere perchè oltre profonda tristezza non si può provare altro.

Essendo arrivati a cifre astronomiche che non potevo prevedere,  dubito fortemente che possa in qualche modo monitorare cosa stia succedendo. Due parole su Muki, però ecco quello sì;  in un primo momento vedendo questa polaroid mi sono sentita oltraggiata. Irrazionalmente ho creduto di dover chiedere delle spiegazioni a riguardo. Denunce, rimozioni e vaneggiamenti. Dopo dodici secondi, perchè sono bastati quelli non ho potuto che.

Scoppiare fragorosamente a ridere e capire.

Che le idee sono alla mercè di tutti e tutto, come la nostra immagine. E che spiattellando il mio facciotto acconsento anche a questo. Nei limiti poi del decoro e dell’educazione, neanche a specificarlo. Ed è strano come respirando e inspirando ( e per certi versi ragionando. Operazione in cui non riesco ad eccellere) tutto possa essere diverso. Dall’oltraggio sono passata alla lusinga. Leggere “I love her” , “I love maghetta streghetta” ed essere osannata dalle dodicenni (e non) che mandano mail chiedendomi  che penna uso e come faccio,  fa parte del mio sogno. La comunione delle idee e del sogno. Estraniarsi da questo e viaggiare in altri. Ma nei viaggi non puoi essere mai da solo.

E allora ecco io oggi volevo fermare un attimo il tempo su Muki. Sull’idea di un’idea. Di uno sconosciuto incontrato in un  iperuranio non solo mio. Con i colori, illogicità  e affetto. In una vicinanza cromatica di ammirazione.

Muki, insomma,  merita proprio una storia. Non escludo che diventerà il mio pappagallo immaginario amico. Anzi. Lo è già.

 ( sarebbe meraviglioso adesso se dopo il mio vaneggiamento filosofico scoprissi che è un pazzo maniaco serial killer e che sul luogo del delitto lascia penne di Muki.

Nel caso dovessi scomparire: Muki è l’indizio principale. Concentratevi!)

Vogliamo altresì ricordarla così in questo scatto del 9 Febbraio 2012, completamente esaurita dopo dodici ore ininterrotte di disegno e quattro di scrittura con occhiali opportunamente finti. Allucinata e in preda all’Overlook Hotel Moment. All work and no play makes Giulia a dull girl (in Italia conosciuto come il momento “il mattino ha l’oro in bocca”). Fotografata non dal serial Killer dei Pappagalli ma dal granfarabuttnippotorinese che continua a minare la mia intimità ( a lui lo denuncio sul serio).

( se fosse anche lui un serial killer al posto della piuma del pappagallo, lasciarebbe un dvd di Kurosawa. Lo so). 

E insomma ciancioallebandebandociancie. End de uinnneriiissss....

E ripeto sempre grazie ma come faccio a smettere? non si può. Grazie infinite ancora e ancora dunque per aver partecipato numerosissimi alla seconda edizione di Vinci una Momiji e la Mug. Le relazioni e i deliri che nascono all’interno dei commenti (e non) sono appunto la conferma che l’oggetto in sè non ha valore alcuno ma è solo un aggregatore di meraviglie e nulla di più.

Lascio quindi il video con la proclamazione del vincitore (eletto grazie alla  tabella excel di Max. Fosse per me avrei passato la notte a contare a uno a uno i commenti).

Attendo in email maghetta_streghetta@yahoo.it un indirizzo dove poter spedire tutto. Pioggia di cuoricini compresa.

Alle 12.12 il vincitore, il post e il delirio odierno. Nel frattempo:

Il primo post sulla Pasta di Zucchero senza glucosio risale all’ottobre del 2010 e lo si trova cliccando qui.

L’altro giorno parlando con una mia amica, incorsa in un incidente durante la realizzazione della suddetta pasta di zucchero senza glucosio, mi sono resa conto che urgevano rettifiche e specifiche apprese durante questi due anni; essendo tra l’altro, a quanto pare, una delle ricette più cliccate non vorrei mai che qualcuno potesse come lei avere dei problemi durante la realizzazione a causa di una qualsivoglia imprecisione.

Ordunque rieccoci per ricapitolare giusto un attimino due cosucce riguardo la Pasta di Zucchero senza glucosio. La maternità della ricetta è da attribuire come ribadisco sempre alla mia adorabile (focaccina) Lisa (il Blog di Lisa lo trovi cliccando qui);  che tutti i nani da giardino la proteggano!

(uno dei miei primi lavori: i Cupcake di Harry Potter

Gli ingredienti per un panetto abbastanza consistente sono:

30 grammi di acqua, 5 grammi di gelatina (2 fogli e mezzo circa se Paneangeli), 50 grammi di miele, 450 grammi di zucchero a velo.

Procedimento:

Setaccia lo zucchero a velo e metti da parte. Taglia i fogli di gelatina in modo che si bagnino tutti con i 30 grammi di acqua (ghiacciata, Montersino docet). Lascia ammorbidire la gelatina per dieci minuti. Quando si sarà ammollata e risulterà morbida versa l’acqua e la gelatina in un pentolino (non vi è bisogno di strizzarla). Fai sciogliere la gelatina nell’acqua e aggiungi il miele. Gira per bene fin quando tutto è amalgamato prestando attenzione a non usare un fuoco eccessivamente alto.

In un robot da cucina metti lo zucchero a velo e il liquido che hai ottenuto (acqua-gelatina-miele) e gira. Si formerà una bella pallottola in brevissimo tempo. Rimuovila dal robot e qualora dovesse risultare un po’ appiccicosina metti sul piano da lavoro dello zucchero a velo e versane un po’ anche sulle mani. Lavorala maneggiandola un po’.

Appunti in cucina:

– Sul piano da lavoro, come scritto pocanzi, metti nel caso un po’ di zucchero a velo. MAI FARINA. Neanche sul mattarello. La farina nulla c’entra con la pasta di zucchero. Usa quindi il suo elemento primario: lo zucchero a velo.

– Quando lavori la pasta di zucchero presta attenzione sempre al mattarello perchè usando diverse colorazioni potrebbe sporcarsi e fare pasticci. Per questo motivo pulisci sempre bene il mattarello e spolveralo sempre con lo zucchero a velo (non preoccuparti perchè no. Non interferirà sul colore). E’ sempre bene però non usare un mattarello troppo umido (quindi fai attenzione se lo hai lavato da poco tempo) perchè urterebbe un po’ la sensibilità della pasta di zucchero.

– Ricorda che anche se dovesse sembrarti un po’ molliccia, a fine preparazione la pasta di zucchero si solidificherà parecchio.