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La Fabbrica di Cioccolato (Pastiglie Leone)

Indossa un mantello composto da Fave di Cacao. Il grembiule è formato solo da trame di Pastiglie Leone e la sua barba è una nuvola! Eccolo ! E’ Super Ragiooooooooooooo *parte la musica! ( ok sono sotto l’abuso di zuccheri. Si è capito no?)

Doverosa precisazione introduttiva: Il post che segue contiene ben più di 150 foto a risoluzione piuttosto altina; ergo si potrebbe (un condizionale ottimistico perché è più certezza) subire un rallentamento ed avere problemi (ma tanti problemi) di caricamento.

Potrebbe pure esplodere il computer; giusto perché mi piace rassicurare il prossimo. Per eventuali danni quindi contattare il mio Nano da Giardino Pippo;  provvederà al rimborso. Grazie.

Asserire che Burton sia il proprio regista preferito non è che desti molto scalpore per chi ama, oltre che la fantasia sfrenata, un qual certo surrealismo onirico. E’ lo stesso motivo per Chagall, Klimt, Picasso e forse Mirò. Difficile catalogare lo stile e le visioni soggettive tanto quanto la creatività (vera o presunta- tanta o poca) rifacendole a qualcuno che prima di te, insieme a te o dopo di te è riuscito ad emergere passando al grande pubblico.

Non solo quindi al pubblico formato dai  pupazzetti della tua stanza che ti sei costruito. Quello che a volte applaude, ti sorride e  interviene. Mentre altre volte lancia pomodori e va via indignato in un altro studio televisivo a guardare un programma diverso.

Perché un pubblico di qualsiasi entità e consistenza alcuni non solo ce l’hanno ma lo devono avere per una sopravvivenza senza dolore.

Per cercare di sintetizzare insomma non è così difficile che Burton abbia grande influenza sui bimbi e anche su quelli mai cresciuti, persone fantasiose, poco fantasiose che vorrebbero esserlo e geni visivi. Il talento nel pasticciare mostri e storie è innegabile come l’uso dei colori e l’esasperazione di mondi che prendono vita. Capaci poi di accompagnarti per il resto della tua.

Influenzarti.

Perché la pioggia di Edward ha fatto questo del resto. Alla mia generazione. Ha influenzato chi ha vissuto quel periodo. Lasciandoti a bocca aperta per la genialità del diverso proposto come normale. Per i colori che non ti facevano interrompere bruscamente il passaggio dai cartoni animati ai film. Un frullatore di realtà ma ancora non troppa come se non si fosse preparati.

Un’iniziazione.

Perché Burton anche questo è. Il primo gradino che porta ad un cancello. Che porta ad una storia. Che porta ad un tormento, una gioia ed esplode nel finale. E  ricomincia da allora e per sempre in un loop continuo.

Quella che sto per raccontare oggi è una storia che mi fa pensare a Burton. Non perché finiremo dentro la Fabbrica di Cioccolato. Ma perché pur non avendo mai sognato di far diventare realtà Burton (è un’idea e non esiste)  semmai dovessi incontrarlo gliela racconterei.

L’idea che mi sono fatta è che a lui piacerebbe. Facendo lo sbaglio che spesso rimprovero ad altri, forse. Perché per quello che traspare nella realtà “presunta” potrebbe davvero essere  diverso Tim. Magari  non gli piacciono poi così tanto i robot parlanti, i mostri cuoriciosi e i bimbi con gli aghi infilzati negli occhi che sorridono.

Un po’ come quando ci si immagina che io sia saltellante, allegra, spontanea e divertente e una mummia pallida e taciturna infine ti si para davanti. Ma. Mi piace pensare che gli piacerebbe questa storia, ecco.

L’esplosione dei colori da uno che non riesce a svestirsi del nero proprio come me crea quasi una sorta di speranza da parte mia nel cercare di comprendere passaggi e caratteri. E quindi sì. Mi sono proprio convinta che gli piacerebbe.

Mi fa pensare a Burton la mia giornata all’interno della Fabbrica delle Pastiglie Leone dove sono stata invitata con sommo onore, perché di tavolette di cioccolato ne ho mangiate tante e non vi è stata una volta che non abbia pensato al biglietto d’oro.

Il biglietto d’oro dentro la tavoletta di cioccolato The Willy Wonka Candy Company. E mi perdonerà Tim se affermo che. Parlo di quel Willy Wonka. Quello del 1971, che anche se non ero nata ma non mancava mica così tanto, mi appartiene molto più che la sua versione. Il film diretto da Mel Stuart  e ispirato dal romanzo di Roald Dahl non aveva il fascinoso Depp ma il riccioluto e scialbo ma geniale Wilder.

Ero seduta su una poltrona di pelle marrone scassata e c’era una conca. Di quelle sicule con la brace ardente dove cuocere pezzi di pane. Poi tanto olio e sale ma se era pomeriggio anche crema di cioccolato. Ma  a ben pensarci più olio e sale.

Accanto a me due vecchiette. Una era la Nonna Grazia e l’altra la zia Mimma, sua sorella. Le due persone con le quali ho trascorso l’infanzia tra ricamo, telenovelas venezuelane e questa brace che ardeva all’interno della conca davanti la televisione. Leonela. La storia di Leonela e la schiava Isaura.

Sognavo quella tavoletta e quel biglietto. Quella giornata dentro la fabbrica tra Umpa Lumpa, colori e cascate. Caramelle e cioccolato. Una pioggia di dolcezza che non sapevo se condividere con Mamma o con Papà. Perché dentro la Fabbrica di Cioccolato potevi portare solo una persona. Ogni volta stavo lì ferma a pensare, e pure seriamente e concentrata, se dovessi portare mamma o papà. Il risultato finale era che tanto era un sogno e quindi potevo giusto modificarlo un po’. E andare con tutti e due. Mamma sarebbe stata lì a stupirsi di qualsiasi cosa indicando e assaggiando cioccolato mentre papà mi avrebbe spiegato insieme al Signor Wonka il funzionamento della macchina ed anche un po’ di quella tediosa parte commerciale.Poi avrebbe inventato altri attrezzi, soluzioni strampalate e genialità assortite.

La mia mamma bambina e il mio papà inventore. 

Ricordo che facevo pure un gioco quando aprivo le tavolette di cioccolato. Ne mangiavo tante e troppe. Fingevo di dover trovare il biglietto. Mi giustificavo così mentre fagocitavo cioccolato, sogni e paure. E mettevo da parte l’orrendo pensiero che semmai fosse accaduto davvero  mamma e papà molto probabilmente quel giorno sarebbero stati impegnati e non avrebbero potuto visitare insieme a me la fabbrica di Willy Wonka.

Mi sarebbero “toccate”  Nonna e Zia, che poverette adesso mi guardano da lassù e non vorrei che ci rimanessero male, ma. Ma con mamma e papà sarebbe stato nettamente diverso.

Poi ho smesso di cercare il biglietto d’oro dentro le tavolette di cioccolato. Non perché abbia  deciso di smettere a credere nei sogni, quello mai. Ma non l’ho cercato più. In quei giorni quando pesavo centoquaranta chili e il cioccolato era nemico e l’esatto contrario si era offuscato il sogno ed anche un po’ il ricordo. Una nota di tristezza e un calo di magia. Il Cioccolato era diventato altro. Si era amalgamato il maledetto ingrediente che i bimbi non riescono a comprare. Quei cento grammi, che bastano già, di razionalità ahimè.

Proprio perché però c’è sempre tempo e non è vero che arriva il “tardi per…”.

A distanza di venticinque lunghissimi anni e più, io il biglietto d’oro l’ho trovato. E con Willy Wonka in persona, la sua bellissima Charlie e il riassunto di mio papà e mamma che è il Nippotorinese ho varcato il cancello e mi sono goduta il sogno.

Il Signor Monero, conosciuto come il Grande Ragio, è Willy Wonka davvero e non per un’esasperazione voluta. Come potrebbe essere diversamente? Crede che le macchine abbiano un’anima e che se vengono sfruttate e trattate male non rendano.

Non ha un enorme papillon, un bastone e un cilindro con un cappotto di velluto ma il suo stile e personalità emergono prepotentemente con le nuance azzurre.

Ma è giusto proseguire con calma perché le emozioni sono tante e troppe. Trattenerle è difficile anche se è trascorso del tempo ma bisogna fare prima delle precisazioni. Doverose per chi si troverà a passare di qui. Detesto le incomprensioni. Insomma bisogna fare le cose per bene o perlomeno provarci.

Non è una sviolinata quella che verrà trascritta. 

Non vi è nessun legame commerciale tra me e l’azienda Pastiglie Leone. Ho avuto la possibilità attraverso il canale Instagram e i miei pasticci (qui avevo già scribacchiato qualcosa a riguardo) di entrare in contatto con Daniela, figlia di Willy e quindi Charlie (vuoi essere la mia Charlie?). Il rapporto che si è instaurato prescinde completamente dai più biechi interessi. Per dire che non ci sono state presentazioni “Gentilissima Maghetta sono la Signora Charlie figlia di Willy Wonka volevamo spedirle due pacchi di caramelle per avere in cambio un disegno”. I ruoli non ci sono mai stati. E come accade qui nel mare della rete dove gli oggetti perdono consistenza ma l’animo no, è nata  un’amicizia.

Che ha portato alla conseguenza di incontrarsi. Cenare insieme. Ridere e raccontarsi. Emozionarsi e mostrare quello si fa. Quello che si è. Si era a Torino e “toccava”  a Charlie. Il giorno che saremo a Catania “toccherà” a me con  il tour Nano da Giardino in terrazza, giro tra le erbe aromatiche morte e speciale giro nell’aiuola del compianto basilico. Rilancerei con un viaggio in gommone terrorizzante con papà Turi ma magari la seconda volta; giusto per farla ritornare.

Tolto il sassolino (che è chiaramente quello confettato con dentro la mandorla) dalla scarpa, e il mugugnamento che ne potrebbe derivare tra pettegolezzi e idiozie, si ritorna al biglietto d’oro. Fermo restando che poi ognuno poi può chiaramente interpretare come preferisce (com’è che si dice? Il lupo di mala coscienza quello che dice, pensa) .

Arrivata lì emozionata come poche volte. La sveglia era prevista per le sette ma alle sei ero già prontacon il mio vestitino azzurro. Avevo sognato di andare così vestita. Colorata. Divertente. Proprio come una pastiglia. Se non fossi stata decisa per quello azzurro avrei indossato quello bianco. Come una pastiglia all’anice, le mie preferite. Biglietto d’oro in mano con su scritto l’indirizzo e pioggia. Un po’ di pioggia che nello scenario immaginativo non doveva esserci. Infilo i collant per il freddo e capisco che non riuscirò a sopportare l’azzurro.  E neanche il bianco. Alle sette sono tutta vestita di nero, collant compresi che ad inizio di Settembre per una sicula che li indossa a Capodanno è bizzarro alquanto. Coprispalle (c’erano 16 gradi e al mio Compleanno che ricorre il 12 Dicembre generalmente ce ne sono 13, giusto per dire) e via verso Collegno poco distante dal centro di Torino. Immaginavo una traversata di ore ma in quindici minuti con la MaghettaMobile eravamo lì.

Ad accogliermi c’è uno stabilimento coloratissimo. Come se fosse un enorme pacchetto dissetante multigusto. Una vetrata grande dopo un giardinetto ben curato e un signore sorridente che apre la porta. E che ci stava aspettando. Con una tachicardia epica  e un imbarazzo per i collant venti denari (perché i Torinesi stavano morendo dal caldo al contrario di me), do una rapida occhiata in giro e senza bisogno di una vista acuta mi rendo conto davvero, e realizzo razionalmente, che sono dentro la Fabbrica di Pastiglie Leone e la Fabbrica di Cioccolato. Che le Pastiglie Leone sono le prime caramelle mangiate con il Nippotorinese che mi raccontava la storia della sua (adesso anche un po’ mia) Torino. E che mi stavano aspettando.

Willy Wonka e Charlie stavano aspettando me.

La vincitrice del biglietto d’oro.

Un giro tutto e solo per me  (lo ripeto perché ancora non ci credo nemmeno io).

Mi stavano aspettando.

E lo stanno facendo così: una parete con un’opera d’arte composta da quadretti di genialità è proprio sotto a macchinari, cilindri con forme che suppongo essere per le caramelle, pastiglie giganti che fermano le porte, un leone nascosto tra le nuvole, tappeti persiani con ricami leoneschi e una Cinquecento nel cielo. Sì proprio una Cinquecento, di quelle tonde a coccinella che odorano di nonno, pic nic e ricordi, tutta tempestata di nuvole. Come se fosse stata lanciata in alto e inzuppata nel cielo come si fa con i biscotti nel latte. Impregnata di nuvole di zucchero e cotone e aria rarefatta. Un po’ quella che mi mancava.

La scelta del vestito si è rivelata un’idiozia delle mie; perché per il giro si doveva indossare camice, cuffietta e calzari, ho tirato pure un sospiro di sollievo in realtà perché in pochi secondi da Dark Lady pazza con i collant mi ero trasformata in nuvola gigante.

Non potevo non pensare ad Agata mettendo i calzari. Mettendo la cuffietta e il camice. Pur forzandomi non potevo non cadere nel limbo e nell’inferno di dolore della camera sterile, chemio e rinascita. Ma.

Ma in quel momento ero la vincitrice del biglietto d’oro. E Agata era proprio lì che se la rideva di gusto per aver avuto libero accesso con me. Quindi? Si parte!

Nella Fabbrica dei sogni può succedere pure che cominci a sentirti a tuo agio vestita di bianco se opportunamente accompagnata. E così è successo.

Avevo portato con me la piccola D5100 perché nel viaggio la mia D700 sarebbe stata una pazzia. Pesante e inopportuna.

La paura era quella di non saperla manovrare correttamente e che avendo a disposizione solo grandangolare e cinquantino seppur luminoso, i miei ricordi visivi sarebbero stati strazianti e orrendi. Così non è stato.

Certo è che la resa fotografica continua a non convincermi. Perché quando si tratta di sciocchezze e magheggi tipo miniature effect o bianco e nero esaperato va più che bene come strumento ma lì. Lì sarebbe occorsa davvero la mia Juni (d90)  o Niju (d700). Un macro fisso per le viti. Perché ogni vite raccontava una storia. E se ti siedi un attimo accanto a me te ne racconto una con dentro un’altra e un’altra ancora. Perché è un caleidoscopio di vite e racconti quello che ti sto mostrando da questo occhiello.

Avvicinati.

C’era (davvero) una volta, più di centocinquanta anni fa il Signor Luigi Leone che nella sua confetteria di Alba comincia a produrre delle piccole e deliziose pastiglie. Lo scenario storico è ambientato quando Cavour pregustava l’Unità di Italia sgranocchiando le gommose alla violetta; le sue preferite in assoluto. E non è difficile immaginarlo dal suo ufficio di Palazzo Carignano mentre guarda lì il Ristorante Cambio dove gli piaceva mangiare, fare un aperitivo a base di dolcezza dalle note delle violetta.

Torino sarà Capitale d’Italia a breve e le pastiglie un vero e proprio marchio di eccellenza per la città sabauda. L’azienda per meglio servire i Reali che ne facevano largo consumo si trasferisce proprio nella grande città sin quando agli inizi degli anni trenta viene rilevata da  Giselda Balla Monero, soprannominata la Leonessa per il suo indomabile temperamento. Ed è qui che comincia l’avventura che perdura nel tempo. Che odora di Anice, Menta, Genziana, Menta Genziana, Erbe Alpine, Chiodi di Garofano, Arquebuse, Mirra Menta, Fernet, Menta Fernet, Camomilla, Cedro Menta, Cedro Salvia, Brutti e Buoni e Rabarbaro.

Lo stabilimento in Corso Regina Margherita fa parte della storia della città di Torino. Il cuore della Fabbrica, della nascita di un sogno e della realtà commerciale di cui l’Italia dovrebbe essere fiera era lì. Trasferitasi poi per le diverse esigenze “moderne” a Collegno in una zona industriale anche per dar spazio al progetto della Fabbrica di Cioccolato.

Ci sono molti macchinari dipinti di tricolore. Charlie (Daniela mi perdonerà ) mi spiega che il suo papà ha voluto che fossero così per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità Italia. E capisco anche il perché. Un perché tra l’altro semplicissimo.

L’Italia e l’unione sono ingredienti fondamentali delle pastiglie. La ricerca e l’impegno che si  mette per la costruzione di un sogno; perché le caramelle questo sono per i bimbi e per gli adulti. Un Sogno.

E’  pregevole e proprio per questo qualche riga fa parlavo di orgoglio. Quello che si dovrebbe provare. C’è ancora chi crede nella continuità. Nella famiglia e nella tradizione. Chi non si piega all’uso di robaccia ma per un ideale va avanti.

Difficile, se non addirittura impossibile, trovare conferme di gusto nelle generazioni che si susseguono. Ma non nel caso delle Pastiglie. Anche quelle più tradizionali come la Violetta che continua ad avere successo (eccicredo. Sono buonissime!).

Nascono  linee  in  un’evoluzione nel concepire nuovi sapori. Vi è la sicurezza di un passato che si mescola al presente senza paura del  futuro. C’è  un trascorso che non può essere dimenticato. C’è Storia nella Storia.

Quando sono entrata nella Fabbrica ad accogliermi c’è stato un vento polare. Come quando speri di avere la febbre la sera prima della scuola che ti tormenta. E mamma ti passa la cremina sul petto perché qualche linea di febbre c’è. E allo stesso modo quella gioia di sapere che c’è e passerai la mattina a lettuccio con libri e pupazzetti piuttosto che sul banco con la maestra che ti guarda da laggiù. Menta: liberazione e felicità.

Sbarro gli occhi come un lemure e respiro libera come non mai. Una sensazione paradisiaca di freschezza. Stavano uscendo le Polar Strong. E poco distante, come se fosse un sogno, le pastiglie all’anice. Le mie preferite. Non era voluto, anzi. Mi spiegano che sarebbe stato più divertente visivamente vedere quelle colorate ma.

Ma ormai sono nel sogno, nel mio sogno e l’anice accanto ad Agata con i miei calzari mi sembra davvero un segno del destino. Perché insomma sono in un sogno posso pure credere al destino e alle coincidenze no?

Metti zucchero, acqua, aromi naturali e via. Impasti. Stendi. Pressi. Asciughi, lavi, bagni, riposi. E mentre ascolto e cerco di memorizzare qualsiasi passaggio da un punto di “vista tecnico” non posso fare a meno di pensare che in realtà non era poi così difficile immaginare che accadeva questo.

Che la pastiglia prendesse corpo e vita proprio come accade ad un bimbo. Con la stessa cura. Viene plasmata da ingredienti che si amano come l’acqua e lo zucchero. Si aggiunge un pizzico di fato e casualità come può essere un gusto diverso dall’altro e via: nasce. Urla un po’ e quindi viene coccolata tra il bagnetto e l’asciugatura.

Rimane ventiquattro in incubatrice la pastiglietta neonata urlante e poi viene per bene lavata e asciugata, dopo che una gentilissima signora che mi sorride e dice “Maghetta” con il guanto azzurro ha controllato se ci sono imperfezioni.

Le Pastiglie Leone prestano attenzione alle persone intolleranti, ed essendolo non posso che premiarle ancor di più per lo sforzo e la ricerca. Contengono due calorie cadauna le pastiglie, che non è una notizia poco rilevante in questa società dove la prova costume ha la priorità assoluta, ed anche chi non riesce a vivere felice senza contare le calorie, può concedersi senza neanche tanto tormento una decina di pastigliette senza sentirsi colpevole.

Non contando la linea Leonsnella senza zucchero sino ad arrivare pure alle gelèe senza zucchero. Sì. Proprio le gelèe senza zucchero e no. Non è un sogno (adesso però ne voglio un tir subito!).

Non è affatto semplice elencare esattamente la produzione della Pastiglie Leone. Molti suppongo credano si tratti di pastiglie tutti gusti e basta. In realtà dietro alle pastiglie, sicuramente bandiera della Fabbrica, si celano talmente tante produzioni diverse da sconcertarti. Io stessa che conoscevo qualche linea extra durante il tour sono rimasta folgorata dalla quantità pazzesca (e dal conseguente lavoro ) che si cela dietro.

Un viaggio attraverso la passione autentica per la dolcezza ma soprattutto un viaggio attraverso la ricerca delle migliori materie prime. Sì perché i Monero puntano a questo e la vittoria ce l’hanno in pugno proprio perché si parla di succo di mirtillo vero. Si parla di gomma arabica. Importata dal Sudan la Gomma Arabica Kordofan è un ingrediente speciale sia per quanto riguarda le Pastiglie che per le Gommose. E’ un dono preziosissimo della natura. Un estratto dagli alberi d’acacia. Uno straordinario emulsionante che permette di legare gli ingredienti senza l’ausilio di gelatine industriali o derivati animali. E’ inodore e insapore in modo da non contrastare in alcun modo i legami dei profumi e dei sapori che i succhi della frutta o gli aromi naturali sprigioneranno nella danza dei sapori.

Si parla di vere fave di Cacao  e di vera Vaniglia, acquistata in paesi dove non vengono sfruttati i minori. Sono attenti a tutti e si dispiaciono addirittura per l’uso della cocciniglia cui non riescono in alcun modo a sopperire. Ho assaggiato le fave di cacao.

Ne ho fatta fuori una intera, confermando di essere una psicolabile pericolosa, senza batter ciglio. Ero così felice che non mi importava assolutamente nulla che non fosse una goccia di cioccolato dolcissima. Arrivano dall’America Centrale e sono selezionatissime. Un cioccolato finissimo per veri intenditori e per chi ama davvero l’essenza del cioccolato.

La Menta Piperita dal quale si ricava un olio per aromatizzare caramelle dure ma anche pastiglie. Coltivata a Pancalieri è davvero irresistibile e vengo a sapere che unita al cioccolato è in assoluto il connubio che Daniela preferisce. Ci sono i limoni di Sicilia mentre si parla di limoncino e nascono le Gelèe lasciandomi estasiata. C’è la liquirizia calabra che fa nascere i pescetti; quelli che mi spiegano sono davvero i preferiti dei Romani.

E’ un lavoro di ricerca e lento. Non meramente industriale quello che compie la Fabbrica di Pastiglie Leone. Ci si potrebbe immaginare un ambiente freddo con macchine e semplici operatori. Invece trovi la storia di una famiglia, degli artigiani e un castello di ricordi.

Perché c’è la scatola della Nonna Leonessa dentro una teca di vetro per proteggerla dal tempo; la stessa che conteneva biscotti mentre oltrepassi quel tappeto persiano con il leone disegnato che tanto piace al Signor Monero. C’è la concatrice che apparteneva al papà del Signor Monero (proprietario di Floris) e che era finita in Germania e poi recuperata. La stessa che il Signor Monero ha riaccolto esclamando “Bentornata a Casa”, solo in piemontese come simpaticamente fa. La stessa che un dipendente ha riprodotto in scala e che si muove. Davvero.

Ci sono amici che ti hanno donato ideali non apprezzati in formato nuvola e chi ha dipinto cieli per te nascondendoci leoni. L’innovazione e la tradizione mentre uno degli storici dipendenti ti racconta che lui lavora con le Pastiglie da quasi quaranta anni mentre la moglie, adesso in pensione, ne ha fatti poco più che quarantatre. Mentre la simpaticissima signora che confeziona i Fondant e le Frutta Doppia, prodotti di altissima confetteria, ti racconta di come per ogni pacco impieghi trenta minuti almeno. Selezionando per bene tutto. E c’è anche la dolcissima signora che viene da me rassicurata sul fatto di non essere inquadrata. Perché non mi permetterei mai di violare la privacy senza consenso (e volevo farmi pure una foto con lei per tenerla come ricordo ma mannaggia sono la solita timida…).

E c’è Morena. Sono bastati esattamente quindici secondi e me ne sono perdutamente innamorata.

E allora scappa il sorriso. L’emozione. La stretta di mano che non puoi stringere per via dell’igiene e dei guanti ma lo fai con gli occhi. E i miei sono commossi e attoniti.

Sono Artigiani Italiani che credono davvero in quello che fanno e l’ho sentito fortissimo senza troppi intortamenti e voglia di strafare. E’ bastato un attimo senza esitazioni per capire che non vi era alcun intento diverso dalla semplice realizzazione di un sogno e dalla voglia di amicizia, curiosità e semplice incontro che la vita ti riserva.

Ho vinto il biglietto d’oro e so che sapore hanno le caramelle calde con dentro il succo di mirtillo vero. So pure che si addensa con la polpa di mela e che enormi pentoloni  pieni d’acqua borbottano. Ho trovato conferma che le macchine hanno davvero un’anima. A me l’aveva detto Tim Burton. Oltre agli innumerevoli libri e illustrazioni nella scena iniziale di Edward. Quando si fanno biscotti gingerbread. Proprio gli stessi che nel formato pastiglia Leone mi piacciono tanto, sempre per una serie di coincidenze cui oggi voglio credere perché la favola è mia. E scrivo l’inizio. Lo svolgersi e il finale.

Ci sono tante similitudini tra Maghetta e Charlie. Tra Iaia e Daniela. Ci sono disegni anche se diversi. A lei piacciono i manga coreani dettagliati mentre a me quelli un po’ più da graphic novel tipo Delisle, un po’ incerti e da completare. C’è una granita seduta su un puff colorato oltre una vetrata mentre ti racconti e la Bela Rosin del suo papà. Lo stesso che prima di andare mi regala un pacchetto  speciale di un progetto al quale stanno lavorando. E che custodirò gelosamente per sempre.

 C’è un cappello da panda con delle bacchette che viene dalla Cina e una pioggia di coriandoli di pastiglie.

Tutti i colori. Le sfumature. Le forme. Quelle che ho potuto vedere formarsi attraverso stampini, pesciolini e fiorellini. Sino ad arrivare alle Gocce di Rosolio (ma-rosolio-non-c’è), dette anche lacrime di Angelo, che sono minuscole e piccole lacrime davvero che contengono una goccia di paradiso “a me piacciono quelle bianche” mi dice Charlie. “A me piacciono quelle rosa” dice Maghetta.

E’ indubbio però che il sogno accomuna seppur nella diversità. E quando si comprende questo. Che non tutto è fatto perché c’è un perché. Che non tutto accade affinché accada altro. E che è così. Semplicemente un sogno. Allora sì che nascono le cose belle.

E questa è una di quelle. E’ una storia che va raccontata. A un Tim. Al tuo bimbo. A te stessa. Ai tuoi amici.

Voi.

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Quello che Segue è un Album Fotografico Didascalico. Non è stato semplice “organizzare” oltre che le idee e le sensazioni, il materiale che ho raccolto. Mi manca la mia postazione e da una camera di albergo con un Mac che fa le bizze è da esaurimento. Fortuna che ce l’ho già-

Una minima parte di materiale perché l’altra mi riservo di utilizzarla per il Canale Instagram cui ho il piacere di partecipare (se possiedi instagram puoi trovare le pastiglie seguendo il nick @pastiglieleone).

A chi quindi facesse piacere ricevere maggiori dettagli circa la preparazione delle caramelle, a seguire qualche appuntino (avevo pure registrato con l’app dei Memo Vocali. Peccato che tornata in albergo mi sia resa conto che il file audio fosse danneggiato. Ho pianto solo tre quarti d’ora. Poi un’ora e quando ci penso piango random ad intervalli di quindici minuti)

Album Fotografico

Un Giorno nella Fabbrica di Pastiglie Leone

Ma lo sapevi che a Torino si dice “Marca Leone!”? Proprio come modo di dire. A significare che è un prodotto di eccellenza e che di meglio proprio non c’è.
La Bocca del Leone è lo Store che si trova all’esterno della sede di Collegno proprio attaccato alla Fabbrica chiuso solo la Domenica e il Lunedì e aperto dal Martedì al Sabato dalle 11 alle 19 dove perdersi tra le innumerevoli produzioni. C’è anche una latta gigante enorme con tanto di maxi pastiglie!

Dico solo che fanno fare gli assaggi gratis. Cioè sì. Cioè sì. Un attimo (sto iperventilando) si può stare lì ad assaggiare fin quando non chiamano la Sicurezza per rimuovervi in maniera coatta. Ho cercato di infilarmi dentro la latta gigante. Nascondermi. E rimanere lì tutta la notte da sola per far fuori Gocce di Rosolio, Croccosette e tutta la produzione di Anice ma ahimè.

Non ci entravo (e in vacanza ho un po’ abusato di zuccheri e sono gonfia come una polpetta. Ma felice, ecco). 


All’Entrata della Fabbrica vi è una Cinquecento interamente dipinta da Antonio Carena, amico del Signor Monero, che gli ha donato quest’opera d’arte bella da volerla abbracciare.
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Ed eccoci qui ! Cos’è questo malloppotto? Acqua, zucchero, aromi naturali e gomma arabica. E’ tutto il pezzotto dolcissimo che partorirà migliaia di pastiglie di Leone. E’ come essere un piccolo Umpa Lumpa e vedere tutto gigante. C’è una sorta di Kitchen Aid gigante e gli attrezzi enormi. Come sentirsi la Signora Minù con un cucchiaione tre volte te.

Tutto viene “diviso” dall’amido di riso; questo per venire incontro alle persone intolleranti al glutine che possono godere a pieno di tutta la gamma Leone. Si stende l’impasto che viene ridotto in fogli e poi “bucherellato”. Le pastiglie nascono e vengono tenute a riposare per 24 ore. Poi lavate e asciugate.

Il sogno di mettersi alla fine del rullo e spalancare la bocca non era solo mio.

Ecco che arrivano nel cestello.

L’orgoglio tricolore. E si intravede pure questa polvere bianca. La vedete? E’ proprio quella Polar Strong di cui parlavo. Quella che ti inonda e ti catapulta al Polo Nord! Che sensazione meravigliosa!
Una parte della Fabbrica. E devo dirlo, ecco. Ero terrorizzata dal fatto  (essendo una maniaca pazza perfezionista con problemi e fisse sull’igiene) che vedendo la produzione avrei potuto trovare come sempre “qualcosa che non andasse” ovvero che i “parametri schizofrenici di Iaia” in riferimento alla pulizia e  igiene mi terrorizzassero. Ed invece.

Ho trovato un ambiente talmente pulito e rassicurante che volevo buttarmi per terra e urlare al miracolo. Ed è pure discretamente difficile, se non addirittura impossibile, considerato che vi sono polveri di cacao, pastiglie, zuccheri volanti e naturalmente acqua e liquidi che durante l’ebollizione e la cottura possono creare qualche inghippo. E invece no.

Le foto, tra l’altro, sono una lampante dimostrazione.


Dolcissima signora sorridente alla postazione dell’anice. Controlla che dopo il riposo della pastiglia non vi siano imperfezioni.

In questi enormi setaccioni poi vengono riposte le Pastiglie che hanno passato il controllo umano. E dopo essere state lavate e asciugate per bene stanno lì in attesa di venire trasferite negli enormi scatoloni dove vengono conservate.
Dire che avrei voluto infilarmici dentro e nuotare manco fossi Paperone tra le monete, mi pare il minimo. File file e file di enormi contenitori con quantità di pastiglie paradisiache.


Qui sotto i meravigliosi stampi che danno vita e forma alle caramelle. Rulli artigianali.

Una Lavatrice di Pastiglie! Vi prego non fatemi mai più uscire di qui!

Qui vengon fuori le Drops al Mirtillo dopo il processo, che confesso essere mi è piaciuto  di più. In pratica gli ingredienti vengono prima amalgamati per bene in un enorme pentolone. Si aggiunge vero succo di mirtillo (vero succo di mirtillo sì ho scritto bene. Non aroma ma vero succo di mirtillo) che viene dosato in maniera “umana” e poi passato in una specie di grande Kitchen Aid. Poi l’impasto viene catapultato su questo enorme piattone girevole dove due umpa lumpa con sembianze di Robot mescolano questa sorta di resina (perché la consistenza è pressocché la stessa ma il gusto santo cielo no) fino a renderlo compatto e omogeneo. Pronto poi per essere passato in un’altra macchina che lo ridurrà a salsicciotto. Dapprima di un diametro piuttosto consistente fino ad diventare esile. Per essere tagliato e formare le drops. Ovvero le caramelle dure che quando escono dalla macchina sono ancora più buone di quanto avevo immaginato nei miei sogni.

E calde. Avevo sottovalutato la potenza del mirtillo e l’ho capito proprio quel giorno mentre il calore del  frutto si sprigionava nel palato. Rimedierò mangiandone chilate.

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"Qui è l’enorme pentolone dove avviene il mescolamento degli ingredienti per le drops al mirtillo.
"Queste sono le caramelle gelèe, sì proprio quelle buonissime che dopo tre chili pensi ancora di volerne ancora, in preparazone. Tutto è avvolto dall’amido di riso e dentro vi è vera polpa di mela che addensa il tutto grazie anche alla presenza della Gomma Arabica.

"I pescetti di liquirizia che hanno una maggior vendita a Roma perché pare che i Romani ne vadano matti (e come dar loro torto?) e sotto le formine con cui vengono realizzate. Un lavoro pazzesco e artigianale come sempre.


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Sembrerebbero pepite d’oro e in effetti lo sono. Eccola la Gomma Arabica. Questo è lo stadio iniziale. Ho avuto l’opportunità di vedere i diversi stati della Gomma sino a diventare polvere. Le Pastiglie Leone sono davvero tra le pochissime ditte italiane, ormai quasi le uniche, ad adoperare ancora la Gomma Arabica. Sarebbe molto più semplice e meno dispendioso buttar dentro gelatine animali o sintetiche ma. Ormai che lo dico a fare?

L’artigianalità.

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Questi invece sono i Fondant. Altissima confetteria realizzata per i Bar Storici e le confetterie storiche della città. Capolavori che richiedono addirittura uno spazio a parte. Gioiellini di confetteria non prodotti per la larga distribuzione proprio come le Gocce di Rosolio poco più avanti. I Fondant sono davvero piccole delizie da assaporare con un tè nero amaro e godere a pieno della loro dolcezza. Un lavoro bestiale quello che sta dietro ai Fondant che poi vengono alloggiati ognuno nel proprio pirottino e confezionati magistralmente.
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"Le Gocce di Rosolio in realtà non contengono alcool e quindi neanche Rosolio. Dalla prima che ho assaggiato (era la mia prima volta) ho giurato loro amore eterno. Purtroppo ahimè non sono riservate alla larga distribuzione queste pillole della felicità. Questi coriandoli di zucchero. E’ come se mordessi una lastra di zucchero delicatissima per poi trovarci dentro un oceano di sapore. E ogni colore ha un sapore diverso. E’ questo l’incredibile. Quello che ti fa impazzire pensando al lavoro che ci sta dietro. Senza contare che ve ne è una versione più grande e un’altra più piccola.

Io stavo prendendo in ostaggio Daniela quando mi è stata fatta provare al grido di “o me le date tutte o la porto via con me in Sicilia!”. Il perché non l’abbia fatto ancora devo capirlo.
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"Oltre all’artigianalità e al lavoro pazzesco che si cela dietro questa produzione vi sono poi linee che vengono incontro all’esigenza del cliente e quindi le personalizzazioni. Ebbene sì. Scatolette che possono essere personalizzate con data e nome degli sposi. Battesimi e produzioni per Bar e confetterie.

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"Daniela Monero, la nostra meravigliosa Charlie, non smette mai di inventare nuovi gusti.

Del resto è figlia di Willy Wonka no?

E’ una ventata di freschezza e innovazione e con il suo spirito cosmopolita, apporta anche nelle pastiglie e nella tradizione di famiglia quel tocco particolare.

E’ il caso di queste gelèe nella versione Apple Pie. E che sanno davvero di Apple Pie.

Come nel caso delle Pastiglie al Panettone e al Biscotto.

"I sassolini del Po? Adorabili! Con dentro una buonissima mandorla di prima scelta ricoperta interamente da zucchero. E come non pensare alla mia mamma che ne va matta? (io e lei dentro chiuse faremo una strage. Ci basterebbero poche ore a dirla tutta).
"Ecco queste sono le Frutta Doppia di cui parlavo. Ce ne è una versione “singola” dove la gelèe è riposta accuratamente nella confezione in maniera oserei dire maniacale. Mentre nella versione “doppia” viene adornata da adorabili aggeggini plasticosi che fanno prendere ancora più vita ai frutti stessi. E quindi la fragola con la sua fogliolina e la pera con il suo picciolo.
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"Io sulle Croccosette come anche sulle Gocce di Rosolio blatererò a lungo. Dico solo che sono delle meraviglie. Dei contenitori di cioccolato con dentro un paradisiaco ripieno di nocciola. Roba che ti vien voglia di scalpitare e urlare e dire ANCORAAAAAAAAAAAAAAAAAA. Io l’ho fatto ma nel silenzio della mia mente.
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E qui si preparano le confezioni . Anche quelle che stanno per partire in giro per il mondo. Perché non bisogna dimenticare che Pastiglie Leone ormai consegna in tutto il mondo e che spopola in America dove a New York c’è una grandissima distribuzione grazie a Eataly.

E l’ho detto io che si parla di orgoglio nazionale, santapastiglia! 

"Ecco qui Candy Original con le etichette in inglese. Sono pronte per partire per un Cliente che impazzisce per la versione al Caffè. Cliente che si trova in America! E sotto un’altra vasca dove buttarsi e nuotare. nuotare. nuotare.

(leggi: mangiare. mangiare. mangiare)
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"I dettagli Tricolori nelle Macchine che macchine per il Signor Monero non sono.
"Le etichette  Leone! Marca Leone!
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"Chilometri di rulli ed etichette dove verranno avvolte le caramelle e i sogni.

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"Piatti fatti in pietra e polvere di Cacao. E lei ad accoglierti quando entri nella Fabbrica di Cioccolato della Pastiglia Leone. Inutile dire che il Signor Monero, nostro Willy Wonka, ama trascorrere molto del suo tempo proprio qui. Con il suo grembiule e il suo sorriso dolcissimo.

Guido Monero abbandona l’idea delle masse di cacao già pronte e parte dalle fave. Follia? No. Artigianalità. Sicurezza e genialità. Perché il nostro Willy Wonka ha proprio la responsabilità di non essere un prodotto commerciale ma storia.

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"Il latte è fresco e di altissima qualità. Non si impiega il latte in polvere. Bisogna aggiungere altro? Fave di cacao vere. Latte vero. Tutto vero e per nulla costruito e fittizio.

L’impegno è assoluto e indiscutibile.

In sacchi di iuta arrivano le fave e la tostatura di queste, come in pochi in Italia, è fatta della Fabbrica Leone. La Fava viene tostata, polverizzata e mescolata con rulli a pietra (e poi parliamo pure del Gelato Fondente Pietra di Ottimo ok? Ma nell’Ice Cream tour che organizzerò a breve). La pietra non stressa il prodotto, altro dettaglio pazzesco con relativa lode. La raffinazione e infine il concaggio dove per più di sessanta ore il cioccolato viene coccolato fino a renderlo omogeneo, cremoso e. E lo spettacolo che vi si para davantial la conca è davvero degno delle scene più auliche della Fabbrica del Cioccolato del 1971. E  l’Umpa Lumpa io l’ho visto davvero.

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"Quello che diventerà cioccolato. Che diventerà tavoletta. Che conterrà sogni. E biglietti d’oro.

"Questa è la conca dove avviene il coccolamento del cioccolato. La stessa macchina che è stata riprodotta e donata al Signor Monero da un suo dipendente in scala ridotta ma perfettamente funzionante. La stessa che apparteneva al padre e che lui ha recuperato commuovendo me e il Nipppotorinese non poco.
"“Bentornata a casa!”
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""Ed eccola la scema con i collant e la bellissima Daniela Monero ( Charlie, sì)

(  i retroscena divertenti di me che spaventata guardo Charlie recuperare pastiglie dentro la latta mentre volteggia sull’enorme pastiglia me li tengo per me. Ma il mondo sappia che è un mito. Giusto per ribadire, sì) 



E qui alla Bocca del Leone sono stata super coccolata e ho ricevuto in dono anche tante (troppe) scatolette che custodirò gelosamente.

Dove infilerò tutti i ricordi e le emozioni, comprese queste poche messe qui nero su bianco.

Dire Grazie a questo punto sembra quasi superfluo ma non lo è mai.

E quindi Grazie alla Famiglia Monero e a tutti quelli che lavorano per Pastiglie Leone. Per la gentilezza, la cortesia e l’ospitalità.

E grazie soprattutto a Daniela, grazie a cui è stata tutto tranne che una semplice visita in una Fabbrica.

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Visitare la Fabbrica di Pastiglie Leone però non è concesso solo ai vincitori del biglietto d’oro. Proprio perché i sogni sono di tutti (ed è questa la cosa più importante)  basta seguire  questo link (clicca qui ) per prenotare la visita. Fatelo, è davvero un’occasione preziosa.

Una che disegna, scrive, cucina e fotografa ma non fa bene nessuna della quattro cose.

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