Il Libro delle Tapas di Simone & Inès Ortega

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Iaia
Grazia Giulia Guardo, ma iaia è più semplice, è nata il 12 12 alle 12. Il suo nome e cognome è formato da 12 lettere ed è la dodicesima nipote. Per quanto incredibile possa sembrare è proprio così. Sicula -di Catania- vive guardando l’Etna fumante e le onde del mare. Per passione disegna, scrive, fotografa, cucina e crea mondi sorseggiando il tè. Per lavoro invece fa l’imprenditrice. Digitale? No. Vende luce, costruisce e distrugge. Ha scritto un libro per Mondadori, articoli per riviste e testate e delira pure su Runlovers, la comunità di Running più famosa d’Italia; perché quando riesce nel tempo libero ama fare pure 12 chilometri. Ha una sua rivista di Cucina, Mag-azine, che è diventato un free press online. È mamma di Koi e Kiki, un labrador color sole e uno color buio, mangia veg da vent’anni, appassionata di cinema orientale e horror trascorre la sua giornata rincorrendo il tempo e moltiplicandolo.


Il Libro delle Tapas edito da Phaidon di Simone & Inès Ortega è un librozzo bello pesantuccio che trovi facilmente tra gli altri volumi perché di un giallo optical anni settanta, manco fosse un tubino da abbinare a calze coprenti nere e occhialoni d’ordinanza bianchi a gatta come le scarpe e la borsetta con dettagli rossi (bell’outfit, no?). Il prezzo è proibitivo (come quasi tutta questa tipologia di volumi che Phaidon edita -grazie al cielo- da edizioni straniere) ed è intorno alle 35 euro. E’ troppo se guardiamo la carenza di foto e la carta che, come nel caso della Cucina Indiana e altri volumi, non è patinata ma come fosse “carta comune”. Ma bella robusta. Ma le ricette sono infinite tanto quanto le idee ma ma ma ma è Bellissimo.

E basta.

Fosse solo per l’accorgimento dei due santi benedetti Segnalibro e le spiegazioni dettagliate e precise con relativo spazio inferiore (che amo perché puoi sempre annotare qualcosa. Tu lo fai? Io sempre) sono soldi ben spesi eccome. Se proprio dovessi lamentarmi seriamente di qualcosa sarebbe il colore delle pagine. Giallo quanto la copertina, che con titoli rossi seppur con un font rilassante per il resto della ricetta dà comunque qualche problema. Se lo dà a me falco con dieci decimi e messa a fuoco istantanea non oso proprio immaginare a chi qualche problemuccio con la vista ce l’ha.

Non dimentichiamo poi che il volume non è scritto da un Pinco Pallino come me (e comunque non sono più una Pallina, oh!) ma da Simone Ortega che pur avendo un nome da protagonista de Il Segreto ha scritto best seller del tipo 1080 Recetas (è una donna Simone, mi raccomando). E’ stata la massima autorità in fatto di cucina tradizionale in Spagna. Gli Spagnoli la venerano portandole fiori, chorizo e tapas negli altarini predisposti per la venerazione. Josè invece è proprio esperto di Tapas e scrive libri di cucina conducendo anche trasmissioni televisive e giusto per non rimanere in panciolle ha aperto solo otto ristoranti negli Stati Uniti tra cui risalta l’eccellenza assoluta de Il Jaleo dove vengono servite Tapas fino a morire di felicità. Insomma 35 euro alla fine sono pure pochi e se possiamo costringere il cassiere a trattenerne altri cinque, fosse solo per un atto di venerazione, facciamolo senza indugio (ora la smetto con i tubini optical, con gli altarini, con le cinque euro in più e comincio ad essere seria d’accordo?).

Il Libro è diviso nel Seguente modo:

  • Cosa sono le Tapas?
  • Le Tapas in Spagna
  • Glossario delle Tapas
  • Ingredienti Spagnoli dalla A alla Z
  • Tapas di Verdure fredde
  • Tapas di Verdure calde
  • Tapas di Uova e Formaggio fredde
  • Tapas di Uova e Formaggio calde
  • Tapas di Pesce fredde
  • Tapas di Pesce calde
  • Tapas di Carne fredde
  • Tapas di Carne calde
  • Parola agli Chef
  • Indice Analitico (che amo per come è organizzato. Amen)

 

In diverse occasioni ho parlato di Tapas sul Blog e ne ho eseguite diverse (qui poi tra Palma di Maiorca e Barcellona per la centesima volta credo ci sia qualcosa); ho sempre preso spunto da questa Bibbia delle Tapas, mi pare superfluo ma ugualmente necessario da dire. Le Tapas sono nate in Andalusia, nel sud della Spagna, nonostante adesso siano diffuse in tutta la Spagna e siano diventate la prima attrazione gastronomica nazionale insieme alla sempiterna Paella (olè. Scusa. Non ho resistito). Tapa significa Coperchio/Tappo. L’abitudine è sempre stata quella di coprire il bicchiere di vino in modo da non farlo svaporare e per impedire a mosche o insetti di entrarci, soprattutto nei periodi di afa, usando come coperchio qualche stuzzichino: una fetta di formaggio o di chorizo o un tocchetto di pane, per dirne una. Trovo che il nome Tapas e questa leggenda etimologica siano poetiche a dir poco. Sono fondamentalmente divise in due grandi categorie semplicissime: calde e fredde. Alcune intese come vero e proprio finger food da mangiare con le dita mentre altre necessitano di forchetta (raramente di coltello proprio in virtù della velocità e comodità con la quale devono essere mangiate). Alcuni (Paesi Baschi) le chiamano pintxos, altri ancora pinchos (anche se per pinchos generalmente si intendono sorte di bruschette, ovvero pane da afferrare con stuzzicadenti e non forchette). Tra meravigliosi fritti, polpettine, bocconcini, pesce, carne e uova, le Tapas fanno il Giro Tuttigusti più uno. Le Tapas ormai come i Sushi Bar spopolano in tutto il Globo portando la solarità e la voglia di condividere buon cibo di tutti i tipi e in grande varietà e quantità con bicchieri di vino nel pieno stile della movida Spagnola. E’ un aspetto sociale importantissimo permeato proprio dalla cultura spagnola, tanto vicina a quella italiana. Una sorta di Happy Hour ma evviva il cielo meno da “fighetti” e più concreta con tradizioni che scavano nel passato. Un aperitivo che racconta molto di più che patatine e pasta all inclusive. L’idea di servire tante mini porzioni e offrire una vastissima varietà di scelta rimane per me l’idea suprema. Quella più intelligente, accogliente e creativa. Non in ultimo: quella che si ricicla con più facilità perché nei giorni a seguire, considerato che le tapas si fanno pure in casa con gli amici, è sempre bello ritrovarsi tanta roba diversa che troppa roba tutta uguale, no?

Il capitolo sul Glossario delle Tapas mi piace da impazzire. Davvero. Impazzirei se fossi una persona equilibrata. Essendolo vi dico che: mi riequilibrerei, ecco. Mi piace da equilibrarmi. Voglio rendere al massimo l’idea. Si parla dell’Abocado, il tipo di Sherry liquoroso della città del sud della Spagna. L’Acetuna che è l’oliva nera o viola perché in Spagna ne esistono una varietà infinita (una più buona dell’altra, inciso). Ajillo, ovvero il metodo spagnolo per cuocere gamberoni e vongole con aglio e olio e prezzemolo. Alinar, ovvero condire o insaporire il cibo per migliorarne il gusto. Emanadilla, ovvero piccola focaccia o fagottino molto simile all’empanada e davvero molto altro. Dal Pijota (merluzzo) alla Fritada (piatto composto da cibi fritti. Credevate fosse la frittata, eh? Pure io. Tranquilli). Utilissimo e geniale. Fa sempre sorridere rivedere tantissime parole spagnole molto simili al mio dialetto. Anchoas (anche in Sicilia le acciughe si chiamano così. Anciove) ad esempio mi provoca risatina isterica manco avessi due anni. Si parte con roba semplice come insalata di riso con le olive, olive sott’olio e tapa con olive e mandorle che per quanto semplice rimane una chicca (l’ho provata e ha riscosso successo). Insalata di carciofi alle acciughe, insalata di melanzane, insalata di cavolfiori e gamberi, insalata di lenticchie, insalata con arance finocchi e cipolla, insalata di fagioli bianchi con salvia e timo, insalata di peperoni rossi, uova e acciughe. Empanada con Peperoni di Padron, Patatas Bravas,Peperoni Piquillo ripieni di Idiazabal (un formaggio), Riso con salsa verde, Uova sode con Olive Nere, Tortilla ai frutti di mare, Tortilla ai Gamberi, Tortilla multistrato con ricotta e fagiolini, Sformatini con salsa di pomodoro, Salpicòn ai crostacei, Pane ripieno, Fagioli con vongole, vongole alla marinara, Calamari al nero, Acciughe ripiene e non si finisce mai perché le pagine sono ben quasi 450 senza tante figure, frizzi e lazzi.

Si ha l’idea di un volume amico che in qualsiasi situazione non ti tradisce. Non ci sono ingredienti strani e strambi come piacciono a me e quindi non ci sono i fagioli della città sperduta del Messico e le salse che trovi solo in Islanda e che ti costano seimila euro tramite siti internazionali e. E cose di casa, oh. Peperoni rossi, olive e uova. calamari, al massimo chorizo e due formaggi che puoi sostituire e tanta ma proprio tanta fantasia nel contesto più difficile: la semplicità. Niente roba elaborata. Niente essiccatori, spiralatrici o chissà che diavoleria. Roba che pure mia nonna, per capirci, la legge-la capisce-le piace-la esegue. E questa è una certezza, diciamolo.

Un libro assolutamente da possedere per chi ama la semplicità senza dimenticare che la scontatezza è un’altra cosa.

Insomma: Olè.

(E ora teletrasportatemi nella Boqueria e fatemi morire felice lì riversa tra smoothie di mango maturato sull’albero e macedonie di frutta. Tra sale al litchi, anelli di zucchero e se guardi in fondo vedi pure mio papà che si diverte come un bimbo, girando con lo smoothie al mango e gridando: Amore vieniiiiiiiiiiiii queste aragoste si muovonooooooooo!!!)

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21 COMMENTS

  1. Le foto sono proprio meh (e anche il giallo, sono già orba) ma l’idea dello spazio per annotare, le valanghe di ricette e il fatto che siano tapas che amo è fico. È uno di quei libri che sfoglio sempre e poi mi dimentico di prendere quando vado su amazon -_-

  2. Ho un amore appassionato per le edizioni della Phaidon e il libro di Vefa è senza dubbio uno dei più belli della mia bibliotechina culinaria… questo mi attira assai nonostante il colore un tantino invasivo…ci sono sempre gli occhiali da sole, no?! 😉 un abbraccio! <3

  3. sono cieca (prima lo ero un po’, ora l’opera è completa) ma la voglia di andare a Barcellona e gozzovigliare (non è un termine fantastico?) tutto il giorno mangiando tapas e bevendo vino, ora è prepotente.
    acchiappo un cane guida e passo a prenderti?

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